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Inferno (Italian)

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 LA DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri INFERNO


Inferno: Canto I



 Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ch? la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era ? cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant'? amara che poco ? pi? morte; ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, dir? de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
Io non so ben ridir com'i' v'intrai, tant'era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.
Ma poi ch'i' fui al pi? d'un colle giunto, l? dove terminava quella valle che m'avea di paura il cor compunto, guardai in alto, e vidi le sue spalle vestite gi? de' raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta che nel lago del cor m'era durata la notte ch'i' passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata uscito fuor del pelago a la riva si volge a l'acqua perigliosa e guata, cos? l'animo mio, ch'ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasci? gi? mai persona viva.
Poi ch'?i posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, s? che 'l pi? fermo sempre era 'l pi? basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto, anzi 'mpediva tanto il mio cammino, ch'i' fui per ritornar pi? volte v?lto.
Temp'era dal principio del mattino, e 'l sol montava 'n s? con quelle stelle ch'eran con lui quando l'amor divino mosse di prima quelle cose belle; s? ch'a bene sperar m'era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l'ora del tempo e la dolce stagione; ma non s? che paura non mi desse la vista che m'apparve d'un leone.
Questi parea che contra me venisse con la test'alta e con rabbiosa fame, s? che parea che l'aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti f? gi? viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch'uscia di sua vista, ch'io perdei la speranza de l'altezza.
E qual ? quei che volontieri acquista, e giugne 'l tempo che perder lo face, che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista; tal mi fece la bestia sanza pace, che, venendomi 'ncontro, a poco a poco mi ripigneva l? dove 'l sol tace.
Mentre ch'i' rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto, Miserere di me, gridai a lui, qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
Rispuosemi: «Non omo, omo gi? fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patria ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto nel tempo de li d?i falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d'Anchise che venne di Troia, poi che 'l superbo Ili?n fu combusto.
Ma tu perch? ritorni a tanta noia? perch? non sali il dilettoso monte ch'? principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar s? largo fiume?», rispuos'io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore; tu se' solo colui da cu' io tolsi lo bello stilo che m'ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu' io mi volsi: aiutami da lei, famoso saggio, ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien tenere altro viaggio», rispuose poi che lagrimar mi vide, «se vuo' campar d'esto loco selvaggio: ch? questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide; e ha natura s? malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo 'l pasto ha pi? fame che pria.
Molti son li animali a cui s'ammoglia, e pi? saranno ancora, infin che 'l veltro verr?, che la far? morir con doglia.
Questi non ciber? terra n? peltro, ma sapienza, amore e virtute, e sua nazion sar? tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute per cui mor? la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccer? per ogne villa, fin che l'avr? rimessa ne lo 'nferno, l? onde 'nvidia prima dipartilla.
Ond'io per lo tuo me' penso e discerno che tu mi segui, e io sar? tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno, ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, ch'a la seconda morte ciascun grida; e vederai color che son contenti nel foco, perch? speran di venire quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ci? pi? di me degna: con lei ti lascer? nel mio partire; ch? quello imperador che l? s? regna, perch'i' fu' ribellante a la sua legge, non vuol che 'n sua citt? per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge; quivi ? la sua citt? e l'alto seggio: oh felice colui cu' ivi elegge!».
E io a lui: «Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acci? ch'io fugga questo male e peggio, che tu mi meni l? dov'or dicesti, s? ch'io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro.
Inferno: Canto II Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro; e io sol uno m'apparecchiava a sostener la guerra s? del cammino e s? de la pietate, che ritrarr? la mente che non erra.
O muse, o alto ingegno, or m'aiutate; o mente che scrivesti ci? ch'io vidi, qui si parr? la tua nobilitate.
Io cominciai: «Poeta che mi guidi, guarda la mia virt? s'ell'? possente, prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
Tu dici che di Silvio il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo and?, e fu sensibilmente.
Per?, se l'avversario d'ogne male cortese i fu, pensando l'alto effetto ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale, non pare indegno ad omo d'intelletto; ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero ne l'empireo ciel per padre eletto: la quale e 'l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u' siede il successor del maggior Piero.
Per quest'andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas d'elezione, per recarne conforto a quella fede ch'? principio a la via di salvazione.
Ma io perch? venirvi? o chi 'l concede? Io non Enea, io non Paulo sono: me degno a ci? n? io n? altri 'l crede.
Per che, se del venire io m'abbandono, temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».
E qual ? quei che disvuol ci? che volle e per novi pensier cangia proposta, s? che dal cominciar tutto si tolle, tal mi fec'io 'n quella oscura costa, perch?, pensando, consumai la 'mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta.
«S'i' ho ben la parola tua intesa», rispuose del magnanimo quell'ombra; «l'anima tua ? da viltade offesa; la qual molte fiate l'omo ingombra s? che d'onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand'ombra.
Da questa tema acci? che tu ti solve, dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi nel primo punto che di te mi dolve.
Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiam? beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.
Lucevan li occhi suoi pi? che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella: "O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durer? quanto 'l mondo lontana, l'amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia ? impedito s? nel cammin, che volt'? per paura; e temo che non sia gi? s? smarrito, ch'io mi sia tardi al soccorso levata, per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola ornata e con ci? c'ha mestieri al suo campare l'aiuta, s? ch'i' ne sia consolata.
I' son Beatrice che ti faccio andare; vegno del loco ove tornar disio; amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sar? dinanzi al segnor mio, di te mi loder? sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia' io: "O donna di virt?, sola per cui l'umana spezie eccede ogne contento di quel ciel c'ha minor li cerchi sui, tanto m'aggrada il tuo comandamento, che l'ubidir, se gi? fosse, m'? tardi; pi? non t'? uo' ch'aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti guardi de lo scender qua giuso in questo centro de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro, dirotti brievemente", mi rispuose, "perch'io non temo di venir qua entro.
Temer si dee di sole quelle cose c'hanno potenza di fare altrui male; de l'altre no, ch? non son paurose.
I' son fatta da Dio, sua merc?, tale, che la vostra miseria non mi tange, n? fiamma d'esto incendio non m'assale.
Donna ? gentil nel ciel che si compiange di questo 'mpedimento ov'io ti mando, s? che duro giudicio l? s? frange.
Questa chiese Lucia in suo dimando e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando -.
Lucia, nimica di ciascun crudele, si mosse, e venne al loco dov'i' era, che mi sedea con l'antica Rachele.
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera, ch? non soccorri quei che t'am? tanto, ch'usc? per te de la volgare schiera? non odi tu la pieta del suo pianto? non vedi tu la morte che 'l combatte su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? - Al mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com'io, dopo cotai parole fatte, venni qua gi? del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
Poscia che m'ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse; per che mi fece del venir pi? presto; e venni a te cos? com'ella volse; d'inanzi a quella fiera ti levai che del bel monte il corto andar ti tolse.
Dunque: che ?? perch?, perch? restai? perch? tanta vilt? nel core allette? perch? ardire e franchezza non hai? poscia che tai tre donne benedette curan di te ne la corte del cielo, e 'l mio parlar tanto ben ti promette?».
Quali fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca si drizzan tutti aperti in loro stelo, tal mi fec'io di mia virtude stanca, e tanto buono ardire al cor mi corse, ch'i' cominciai come persona franca: «Oh pietosa colei che mi soccorse! e te cortese ch'ubidisti tosto a le vere parole che ti porse! Tu m'hai con disiderio il cor disposto s? al venir con le parole tue, ch'i' son tornato nel primo proposto.
Or va, ch'un sol volere ? d'ambedue: tu duca, tu segnore, e tu maestro».
Cos? li dissi; e poi che mosso fue, intrai per lo cammino alto e silvestro.
Inferno: Canto III Per me si va ne la citt? dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
Queste parole di colore oscuro vid'io scritte al sommo d'una porta; per ch'io: «Maestro, il senso lor m'? duro».
Ed elli a me, come persona accorta: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne vilt? convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto che tu vedrai le genti dolorose c'hanno perduto il ben de l'intelletto».
E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond'io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.
Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l'aere sanza stelle, per ch'io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s'aggira sempre in quell'aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.
E io ch'avea d'error la testa cinta, dissi: «Maestro, che ? quel ch'i' odo? e che gent'? che par nel duol s? vinta?».
Ed elli a me: «Questo misero modo tegnon l'anime triste di coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli n? fur fedeli a Dio, ma per s? fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli, n? lo profondo inferno li riceve, ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
E io: «Maestro, che ? tanto greve a lor, che lamentar li fa s? forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte e la lor cieca vita ? tanto bassa, che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
E io, che riguardai, vidi una 'nsegna che girando correva tanto ratta, che d'ogne posa mi parea indegna; e dietro le ven?a s? lunga tratta di gente, ch'i' non averei creduto che morte tanta n'avesse disfatta.
Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.
Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d'i cattivi, a Dio spiacenti e a' nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a' lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto.
E poi ch'a riguardar oltre mi diedi, vidi genti a la riva d'un gran fiume; per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi ch'i' sappia quali sono, e qual costume le fa di trapassar parer s? pronte, com'io discerno per lo fioco lume».
Ed elli a me: «Le cose ti fier conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d'Acheronte».
Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no 'l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi.
Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: «Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i' vegno per menarvi a l'altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
E tu che se' cost?, anima viva, p?rtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi partiva, disse: «Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: pi? lieve legno convien che ti porti».
E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare: vuolsi cos? col? dove si puote ci? che si vuole, e pi? non dimandare».
Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che 'nteser le parole crude.
Bestemmiavano Dio e lor parenti, l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di bragia, loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s'adagia.
Come d'autunno si levan le foglie l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, similemente il mal seme d'Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo.
Cos? sen vanno su per l'onda bruna, e avanti che sien di l? discese, anche di qua nuova schiera s'auna.
«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese, «quelli che muoion ne l'ira di Dio tutti convegnon qui d'ogne paese: e pronti sono a trapassar lo rio, ch? la divina giustizia li sprona, s? che la tema si volve in disio.
Quinci non passa mai anima buona; e per?, se Caron di te si lagna, ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».
Finito questo, la buia campagna trem? s? forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor mi bagna.
La terra lagrimosa diede vento, che balen? una luce vermiglia la qual mi vinse ciascun sentimento; e caddi come l'uom cui sonno piglia.
Inferno: Canto IV Ruppemi l'alto sonno ne la testa un greve truono, s? ch'io mi riscossi come persona ch'? per forza desta; e l'occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov'io fossi.
Vero ? che 'n su la proda mi trovai de la valle d'abisso dolorosa che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa.
«Or discendiam qua gi? nel cieco mondo», cominci? il poeta tutto smorto.
«Io sar? primo, e tu sarai secondo».
E io, che del color mi fui accorto, dissi: «Come verr?, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
Ed elli a me: «L'angoscia de le genti che son qua gi?, nel viso mi dipigne quella piet? che tu per tema senti.
Andiam, ch? la via lunga ne sospigne».
Cos? si mise e cos? mi f? intrare nel primo cerchio che l'abisso cigne.
Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri, che l'aura etterna facevan tremare; ci? avvenia di duol sanza mart?ri ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi, d'infanti e di femmine e di viri.
Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi? Or vo' che sappi, innanzi che pi? andi, ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi, non basta, perch? non ebber battesmo, ch'? porta de la fede che tu credi; e s'e' furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio: e di questi cotai son io medesmo.
Per tai difetti, non per altro rio, semo perduti, e sol di tanto offesi, che sanza speme vivemo in disio».
Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi, per? che gente di molto valore conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», comincia' io per voler esser certo di quella fede che vince ogne errore: «uscicci mai alcuno, o per suo merto o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che 'ntese il mio parlar coverto, rispuose: «Io era nuovo in questo stato, quando ci vidi venire un possente, con segno di vittoria coronato.
Trasseci l'ombra del primo parente, d'Ab?l suo figlio e quella di No?, di Mois? legista e ubidente; Abra?m patriarca e Dav?d re, Isra?l con lo padre e co' suoi nati e con Rachele, per cui tanto f?; e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi, spiriti umani non eran salvati».
Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi, ma passavam la selva tuttavia, la selva, dico, di spiriti spessi.
Non era lunga ancor la nostra via di qua dal sonno, quand'io vidi un foco ch'emisperio di tenebre vincia.
Di lungi n'eravamo ancora un poco, ma non s? ch'io non discernessi in parte ch'orrevol gente possedea quel loco.
«O tu ch'onori scienzia e arte, questi chi son c'hanno cotanta onranza, che dal modo de li altri li diparte?».
E quelli a me: «L'onrata nominanza che di lor suona s? ne la tua vita, grazia acquista in ciel che s? li avanza».
Intanto voce fu per me udita: «Onorate l'altissimo poeta: l'ombra sua torna, ch'era dipartita».
Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand'ombre a noi venire: sembianz'avevan n? trista n? lieta.
Lo buon maestro cominci? a dire: «Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre s? come sire: quelli ? Omero poeta sovrano; l'altro ? Orazio satiro che vene; Ovidio ? 'l terzo, e l'ultimo Lucano.
Per? che ciascun meco si convene nel nome che son? la voce sola, fannomi onore, e di ci? fanno bene».
Cos? vid'i' adunar la bella scola di quel segnor de l'altissimo canto che sovra li altri com'aquila vola.
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto, volsersi a me con salutevol cenno, e 'l mio maestro sorrise di tanto; e pi? d'onore ancora assai mi fenno, ch'e' s? mi fecer de la loro schiera, s? ch'io fui sesto tra cotanto senno.
Cos? andammo infino a la lumera, parlando cose che 'l tacere ? bello, s? com'era 'l parlar col? dov'era.
Venimmo al pi? d'un nobile castello, sette volte cerchiato d'alte mura, difeso intorno d'un bel fiumicello.
Questo passammo come terra dura; per sette porte intrai con questi savi: giugnemmo in prato di fresca verdura.
Genti v'eran con occhi tardi e gravi, di grande autorit? ne' lor sembianti: parlavan rado, con voci soavi.
Traemmoci cos? da l'un de' canti, in loco aperto, luminoso e alto, s? che veder si potien tutti quanti.
Col? diritto, sovra 'l verde smalto, mi fuor mostrati li spiriti magni, che del vedere in me stesso m'essalto.
I' vidi Eletra con molti compagni, tra ' quai conobbi Ett?r ed Enea, Cesare armato con li occhi grifagni.
Vidi Cammilla e la Pantasilea; da l'altra parte, vidi 'l re Latino che con Lavina sua figlia sedea.
Vidi quel Bruto che cacci? Tarquino, Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia; e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
Poi ch'innalzai un poco pi? le ciglia, vidi 'l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno: quivi vid'io Socrate e Platone, che 'nnanzi a li altri pi? presso li stanno; Democrito, che 'l mondo a caso pone, Diogen?s, Anassagora e Tale, Empedocl?s, Eraclito e Zenone; e vidi il buono accoglitor del quale, Diascoride dico; e vidi Orfeo, Tulio e Lino e Seneca morale; Euclide geom?tra e Tolomeo, Ipocr?te, Avicenna e Galieno, Avero?s, che 'l gran comento feo.
Io non posso ritrar di tutti a pieno, per? che s? mi caccia il lungo tema, che molte volte al fatto il dir vien meno.
La sesta compagnia in due si scema: per altra via mi mena il savio duca, fuor de la queta, ne l'aura che trema.
E vegno in parte ove non ? che luca.
Inferno: Canto V Cos? discesi del cerchio primaio gi? nel secondo, che men loco cinghia, e tanto pi? dolor, che punge a guaio.
Stavvi Min?s orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l'intrata; giudica e manda secondo ch'avvinghia.
Dico che quando l'anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa; e quel conoscitor de le peccata vede qual loco d'inferno ? da essa; cignesi con la coda tante volte quantunque gradi vuol che gi? sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte; vanno a vicenda ciascuna al giudizio; dicono e odono, e poi son gi? volte.
«O tu che vieni al doloroso ospizio», disse Min?s a me quando mi vide, lasciando l'atto di cotanto offizio, «guarda com'entri e di cui tu ti fide; non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
E 'l duca mio a lui: «Perch? pur gride? Non impedir lo suo fatale andare: vuolsi cos? col? dove si puote ci? che si vuole, e pi? non dimandare».
Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire; or son venuto l? dove molto pianto mi percuote.
Io venni in loco d'ogne luce muto, che mugghia come fa mar per tempesta, se da contrari venti ? combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta, mena li spirti con la sua rapina; voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina, quivi le strida, il compianto, il lamento; bestemmian quivi la virt? divina.
Intesi ch'a cos? fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l'ali nel freddo tempo, a schiera larga e piena, cos? quel fiato li spiriti mali di qua, di l?, di gi?, di s? li mena; nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di s? lunga riga, cos? vid'io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga; per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle genti che l'aura nera s? gastiga?».
«La prima di color di cui novelle tu vuo' saper», mi disse quelli allotta, «fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu s? rotta, che libito f? licito in sua legge, per t?rre il biasmo in che era condotta.
Ell'? Semiram?s, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa: tenne la terra che 'l Soldan corregge.
L'altra ? colei che s'ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo; poi ? Cleopatr?s lussuriosa.
Elena vedi, per cui tanto reo tempo si volse, e vedi 'l grande Achille, che con amore al fine combatteo.
Vedi Par?s, Tristano»; e pi? di mille ombre mostrommi e nominommi a dito, ch'amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito nomar le donne antiche e ' cavalieri, piet? mi giunse, e fui quasi smarrito.
I' cominciai: «Poeta, volontieri parlerei a quei due che 'nsieme vanno, e paion s? al vento esser leggeri».
Ed elli a me: «Vedrai quando saranno pi? presso a noi; e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno».
S? tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce: «O anime affannate, venite a noi parlar, s'altri nol niega!».
Quali colombe dal disio chiamate con l'ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l'aere dal voler portate; cotali uscir de la schiera ov'? Dido, a noi venendo per l'aere maligno, s? forte fu l'affettuoso grido.
«O animal grazioso e benigno che visitando vai per l'aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno, se fosse amico il re de l'universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi c'hai piet? del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui su la marina dove 'l Po discende per aver pace co' seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer s? forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand'io intesi quell'anime offense, china' il viso e tanto il tenni basso, fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio men? costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla' io, e cominciai: «Francesca, i tuoi mart?ri a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri, a che e come concedette Amore che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria; e ci? sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dir? come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per pi? fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basci? tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno pi? non vi leggemmo avante».
Mentre che l'uno spirto questo disse, l'altro piangea; s? che di pietade io venni men cos? com'io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Inferno: Canto VI Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la piet? d'i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch'io mi mova e ch'io mi volga, e come che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve; regola e qualit? mai non l'? nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve per l'aere tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve.
Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi ? sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e 'l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani; de l'un de' lati fanno a l'altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gitt? dentro a le bramose canne.
Qual ? quel cane ch'abbaiando agogna, e si racqueta poi che 'l pasto morde, ch? solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che 'ntrona l'anime s?, ch'esser vorrebber sorde.
Noi passavam su per l'ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanit? che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante, fuor d'una ch'a seder si lev?, ratto ch'ella ci vide passarsi davante.
«O tu che se' per questo 'nferno tratto», mi disse, «riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto».
E io a lui: «L'angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, s? che non par ch'i' ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se' che 'n s? dolente loco se' messo e hai s? fatta pena, che, s'altra ? maggio, nulla ? s? spiacente».
Ed elli a me: «La tua citt?, ch'? piena d'invidia s? che gi? trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola, ch? tutte queste a simil pena stanno per simil colpa».
E pi? non f? parola.
Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno mi pesa s?, ch'a lagrimar mi 'nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la citt? partita; s'alcun v'? giusto; e dimmi la cagione per che l'ha tanta discordia assalita».
E quelli a me: «Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccer? l'altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l'altra sormonti con la forza di tal che test? piaggia.
Alte terr? lungo tempo le fronti, tenendo l'altra sotto gravi pesi, come che di ci? pianga o che n'aonti.
Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c'hanno i cuori accesi».
Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni, e che di pi? parlar mi facci dono.
Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor s? degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni, dimmi ove sono e fa ch'io li conosca; ch? gran disio mi stringe di savere se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca».
E quelli: «Ei son tra l'anime pi? nere: diverse colpe gi? li grava al fondo: se tanto scendi, l? i potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch'a la mente altrui mi rechi: pi? non ti dico e pi? non ti rispondo».
Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco, e poi chin? la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi.
E 'l duca disse a me: «Pi? non si desta di qua dal suon de l'angelica tromba, quando verr? la nimica podesta: ciascun riveder? la trista tomba, ripiglier? sua carne e sua figura, udir? quel ch'in etterno rimbomba».
S? trapassammo per sozza mistura de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura; per ch'io dissi: «Maestro, esti tormenti crescerann'ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran s? cocenti?».
Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza, che vuol, quanto la cosa ? pi? perfetta, pi? senta il bene, e cos? la doglienza.
Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion gi? mai non vada, di l? pi? che di qua essere aspetta».
Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando pi? assai ch'i' non ridico; venimmo al punto dove si digrada: quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
Inferno: Canto VII «Pape Sat?n, pape Sat?n aleppe!~», cominci? Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe, disse per confortarmi: «Non ti noccia la tua paura; ch?, poder ch'elli abbia, non ci torr? lo scender questa roccia».
Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia, e disse: «Taci, maladetto lupo! consuma dentro te con la tua rabbia.
Non ? sanza cagion l'andare al cupo: vuolsi ne l'alto, l? dove Michele f? la vendetta del superbo strupo».
Quali dal vento le gonfiate vele caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca, tal cadde a terra la fiera crudele.
Cos? scendemmo ne la quarta lacca pigliando pi? de la dolente ripa che 'l mal de l'universo tutto insacca.
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa nove travaglie e pene quant'io viddi? e perch? nostra colpa s? ne scipa? Come fa l'onda l? sovra Cariddi, che si frange con quella in cui s'intoppa, cos? convien che qui la gente riddi.
Qui vid'i' gente pi? ch'altrove troppa, e d'una parte e d'altra, con grand'urli, voltando pesi per forza di poppa.
Percoteansi 'ncontro; e poscia pur l? si rivolgea ciascun, voltando a retro, gridando: «Perch? tieni?» e «Perch? burli?».
Cos? tornavan per lo cerchio tetro da ogne mano a l'opposito punto, gridandosi anche loro ontoso metro; poi si volgea ciascun, quand'era giunto, per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
E io, ch'avea lo cor quasi compunto, dissi: «Maestro mio, or mi dimostra che gente ? questa, e se tutti fuor cherci questi chercuti a la sinistra nostra».
Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci s? de la mente in la vita primaia, che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l'abbaia quando vegnono a' due punti del cerchio dove colpa contraria li dispaia.
Questi fuor cherci, che non han coperchio piloso al capo, e papi e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio».
E io: «Maestro, tra questi cotali dovre' io ben riconoscere alcuni che furo immondi di cotesti mali».
Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: la sconoscente vita che i f? sozzi ad ogne conoscenza or li fa bruni.
In etterno verranno a li due cozzi: questi resurgeranno del sepulcro col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
Mal dare e mal tener lo mondo pulcro ha tolto loro, e posti a questa zuffa: qual ella sia, parole non ci appulcro.
Or puoi, figliuol, veder la corta buffa d'i ben che son commessi a la fortuna, per che l'umana gente si rabbuffa; ch? tutto l'oro ch'? sotto la luna e che gi? fu, di quest'anime stanche non poterebbe farne posare una».
«Maestro mio», diss'io, «or mi d? anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che ?, che i ben del mondo ha s? tra branche?».
E quelli a me: «Oh creature sciocche, quanta ignoranza ? quella che v'offende! Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
Colui lo cui saver tutto trascende, fece li cieli e di? lor chi conduce s? ch'ogne parte ad ogne parte splende, distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani ordin? general ministra e duce che permutasse a tempo li ben vani di gente in gente e d'uno in altro sangue, oltre la difension d'i senni umani; per ch'una gente impera e l'altra langue, seguendo lo giudicio di costei, che ? occulto come in erba l'angue.
Vostro saver non ha contasto a lei: questa provede, giudica, e persegue suo regno come il loro li altri d?i.
Le sue permutazion non hanno triegue; necessit? la fa esser veloce; s? spesso vien chi vicenda consegue.
Quest'? colei ch'? tanto posta in croce pur da color che le dovrien dar lode, dandole biasmo a torto e mala voce; ma ella s'? beata e ci? non ode: con l'altre prime creature lieta volve sua spera e beata si gode.
Or discendiamo omai a maggior pieta; gi? ogne stella cade che saliva quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta».
Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva sovr'una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva.
L'acqua era buia assai pi? che persa; e noi, in compagnia de l'onde bige, intrammo gi? per una via diversa.
In la palude va c'ha nome Stige questo tristo ruscel, quand'? disceso al pi? de le maligne piagge grige.
E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso.
Queste si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e coi piedi, troncandosi co' denti a brano a brano.
Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi l'anime di color cui vinse l'ira; e anche vo' che tu per certo credi che sotto l'acqua ? gente che sospira, e fanno pullular quest'acqua al summo, come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, portando dentro accidioso fummo: or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, ch? dir nol posson con parola integra».
Cos? girammo de la lorda pozza grand'arco tra la ripa secca e 'l m?zzo, con li occhi v?lti a chi del fango ingozza.
Venimmo al pi? d'una torre al da sezzo.
Inferno: Canto VIII Io dico, seguitando, ch'assai prima che noi fossimo al pi? de l'alta torre, li occhi nostri n'andar suso a la cima per due fiammette che i vedemmo porre e un'altra da lungi render cenno tanto ch'a pena il potea l'occhio t?rre.
E io mi volsi al mar di tutto 'l senno; dissi: «Questo che dice? e che risponde quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?».
Ed elli a me: «Su per le sucide onde gi? scorgere puoi quello che s'aspetta, se 'l fummo del pantan nol ti nasconde».
Corda non pinse mai da s? saetta che s? corresse via per l'aere snella, com'io vidi una nave piccioletta venir per l'acqua verso noi in quella, sotto 'l governo d'un sol galeoto, che gridava: «Or se' giunta, anima fella!».
«Flegi?s, Flegi?s, tu gridi a v?to», disse lo mio segnore «a questa volta: pi? non ci avrai che sol passando il loto».
Qual ? colui che grande inganno ascolta che li sia fatto, e poi se ne rammarca, fecesi Flegi?s ne l'ira accolta.
Lo duca mio discese ne la barca, e poi mi fece intrare appresso lui; e sol quand'io fui dentro parve carca.
Tosto che 'l duca e io nel legno fui, segando se ne va l'antica prora de l'acqua pi? che non suol con altrui.
Mentre noi corravam la morta gora, dinanzi mi si fece un pien di fango, e disse: «Chi se' tu che vieni anzi ora?».
E io a lui: «S'i' vegno, non rimango; ma tu chi se', che s? se' fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son un che piango».
E io a lui: «Con piangere e con lutto, spirito maladetto, ti rimani; ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto».
Allor distese al legno ambo le mani; per che 'l maestro accorto lo sospinse, dicendo: «Via cost? con li altri cani!».
Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi 'l volto, e disse: «Alma sdegnosa, benedetta colei che 'n te s'incinse! Quei fu al mondo persona orgogliosa; bont? non ? che sua memoria fregi: cos? s'? l'ombra sua qui furiosa.
Quanti si tegnon or l? s? gran regi che qui staranno come porci in brago, di s? lasciando orribili dispregi!».
E io: «Maestro, molto sarei vago di vederlo attuffare in questa broda prima che noi uscissimo del lago».
Ed elli a me: «Avante che la proda ti si lasci veder, tu sarai sazio: di tal disio convien che tu goda».
Dopo ci? poco vid'io quello strazio far di costui a le fangose genti, che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; e 'l fiorentino spirito bizzarro in s? medesmo si volvea co' denti.
Quivi il lasciammo, che pi? non ne narro; ma ne l'orecchie mi percosse un duolo, per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, s'appressa la citt? c'ha nome Dite, coi gravi cittadin, col grande stuolo».
E io: «Maestro, gi? le sue meschite l? entro certe ne la valle cerno, vermiglie come se di foco uscite fossero».
Ed ei mi disse: «Il foco etterno ch'entro l'affoca le dimostra rosse, come tu vedi in questo basso inferno».
Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse che vallan quella terra sconsolata: le mura mi parean che ferro fosse.
Non sanza prima far grande aggirata, venimmo in parte dove il nocchier forte «Usciteci», grid?: «qui ? l'intrata».
Io vidi pi? di mille in su le porte da ciel piovuti, che stizzosamente dicean: «Chi ? costui che sanza morte va per lo regno de la morta gente?».
E 'l savio mio maestro fece segno di voler lor parlar segretamente.
Allor chiusero un poco il gran disdegno, e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada, che s? ardito intr? per questo regno.
Sol si ritorni per la folle strada: pruovi, se sa; ch? tu qui rimarrai che li ha' iscorta s? buia contrada».
Pensa, lettor, se io mi sconfortai nel suon de le parole maladette, ch? non credetti ritornarci mai.
«O caro duca mio, che pi? di sette volte m'hai sicurt? renduta e tratto d'alto periglio che 'ncontra mi stette, non mi lasciar», diss'io, «cos? disfatto; e se 'l passar pi? oltre ci ? negato, ritroviam l'orme nostre insieme ratto».
E quel segnor che l? m'avea menato, mi disse: «Non temer; ch? 'l nostro passo non ci pu? t?rre alcun: da tal n'? dato.
Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso conforta e ciba di speranza buona, ch'i' non ti lascer? nel mondo basso».
Cos? sen va, e quivi m'abbandona lo dolce padre, e io rimagno in forse, che s? e no nel capo mi tenciona.
Udir non potti quello ch'a lor porse; ma ei non stette l? con essi guari, che ciascun dentro a pruova si ricorse.
Chiuser le porte que' nostri avversari nel petto al mio segnor, che fuor rimase, e rivolsesi a me con passi rari.
Li occhi a la terra e le ciglia avea rase d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri: «Chi m'ha negate le dolenti case!».
E a me disse: «Tu, perch'io m'adiri, non sbigottir, ch'io vincer? la prova, qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
Questa lor tracotanza non ? nova; ch? gi? l'usaro a men segreta porta, la qual sanza serrame ancor si trova.
Sovr'essa vedest? la scritta morta: e gi? di qua da lei discende l'erta, passando per li cerchi sanza scorta, tal che per lui ne fia la terra aperta».
Inferno: Canto IX Quel color che vilt? di fuor mi pinse veggendo il duca mio tornare in volta, pi? tosto dentro il suo novo ristrinse.
Attento si ferm? com'uom ch'ascolta; ch? l'occhio nol potea menare a lunga per l'aere nero e per la nebbia folta.
«Pur a noi converr? vincer la punga», cominci? el, «se non.
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Tal ne s'offerse.
Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».
I' vidi ben s? com'ei ricoperse lo cominciar con l'altro che poi venne, che fur parole a le prime diverse; ma nondimen paura il suo dir dienne, perch'io traeva la parola tronca forse a peggior sentenzia che non tenne.
«In questo fondo de la trista conca discende mai alcun del primo grado, che sol per pena ha la speranza cionca?».
Questa question fec'io; e quei «Di rado incontra», mi rispuose, «che di noi faccia il cammino alcun per qual io vado.
Ver ? ch'altra fiata qua gi? fui, congiurato da quella Erit?n cruda che richiamava l'ombre a' corpi sui.
Di poco era di me la carne nuda, ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro, per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
Quell'? 'l pi? basso loco e 'l pi? oscuro, e 'l pi? lontan dal ciel che tutto gira: ben so 'l cammin; per? ti fa sicuro.
Questa palude che 'l gran puzzo spira cigne dintorno la citt? dolente, u' non potemo intrare omai sanz'ira».
E altro disse, ma non l'ho a mente; per? che l'occhio m'avea tutto tratto ver' l'alta torre a la cima rovente, dove in un punto furon dritte ratto tre furie infernal di sangue tinte, che membra feminine avieno e atto, e con idre verdissime eran cinte; serpentelli e ceraste avien per crine, onde le fiere tempie erano avvinte.
E quei, che ben conobbe le meschine de la regina de l'etterno pianto, «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
Quest'? Megera dal sinistro canto; quella che piange dal destro ? Aletto; Tesif?n ? nel mezzo»; e tacque a tanto.
Con l'unghie si fendea ciascuna il petto; battiensi a palme, e gridavan s? alto, ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
«Vegna Medusa: s? 'l farem di smalto», dicevan tutte riguardando in giuso; «mal non vengiammo in Teseo l'assalto».
«Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso; ch? se 'l Gorg?n si mostra e tu 'l vedessi, nulla sarebbe di tornar mai suso».
Cos? disse 'l maestro; ed elli stessi mi volse, e non si tenne a le mie mani, che con le sue ancor non mi chiudessi.
O voi ch'avete li 'ntelletti sani, mirate la dottrina che s'asconde sotto 'l velame de li versi strani.
E gi? venia su per le torbide onde un fracasso d'un suon, pien di spavento, per cui tremavano amendue le sponde, non altrimenti fatto che d'un vento impetuoso per li avversi ardori, che fier la selva e sanz'alcun rattento li rami schianta, abbatte e porta fori; dinanzi polveroso va superbo, e fa fuggir le fiere e li pastori.
i occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo del viso su per quella schiuma antica per indi ove quel fummo ? pi? acerbo».
Come le rane innanzi a la nimica biscia per l'acqua si dileguan tutte, fin ch'a la terra ciascuna s'abbica, vid'io pi? di mille anime distrutte fuggir cos? dinanzi ad un ch'al passo passava Stige con le piante asciutte.
Dal volto rimovea quell'aere grasso, menando la sinistra innanzi spesso; e sol di quell'angoscia parea lasso.
Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo, e volsimi al maestro; e quei f? segno ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
Ahi quanto mi parea pien di disdegno! Venne a la porta, e con una verghetta l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
«O cacciati del ciel, gente dispetta», cominci? elli in su l'orribil soglia, «ond'esta oltracotanza in voi s'alletta? Perch? recalcitrate a quella voglia a cui non puote il fin mai esser mozzo, e che pi? volte v'ha cresciuta doglia? Che giova ne le fata dar di cozzo? Cerbero vostro, se ben vi ricorda, ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo».
Poi si rivolse per la strada lorda, e non f? motto a noi, ma f? sembiante d'omo cui altra cura stringa e morda che quella di colui che li ? davante; e noi movemmo i piedi inver' la terra, sicuri appresso le parole sante.
Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra; e io, ch'avea di riguardar disio la condizion che tal fortezza serra, com'io fui dentro, l'occhio intorno invio; e veggio ad ogne man grande campagna piena di duolo e di tormento rio.
S? come ad Arli, ove Rodano stagna, s? com'a Pola, presso del Carnaro ch'Italia chiude e suoi termini bagna, fanno i sepulcri tutt'il loco varo, cos? facevan quivi d'ogne parte, salvo che 'l modo v'era pi? amaro; ch? tra gli avelli fiamme erano sparte, per le quali eran s? del tutto accesi, che ferro pi? non chiede verun'arte.
Tutti li lor coperchi eran sospesi, e fuor n'uscivan s? duri lamenti, che ben parean di miseri e d'offesi.
E io: «Maestro, quai son quelle genti che, seppellite dentro da quell'arche, si fan sentir coi sospiri dolenti?».
Ed elli a me: «Qui son li eresiarche con lor seguaci, d'ogne setta, e molto pi? che non credi son le tombe carche.
Simile qui con simile ? sepolto, e i monimenti son pi? e men caldi».
E poi ch'a la man destra si fu v?lto, passammo tra i martiri e li alti spaldi.
Inferno: Canto X Ora sen va per un secreto calle, tra 'l muro de la terra e li mart?ri, lo mio maestro, e io dopo le spalle.
«O virt? somma, che per li empi giri mi volvi», cominciai, «com'a te piace, parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
La gente che per li sepolcri giace potrebbesi veder? gi? son levati tutt'i coperchi, e nessun guardia face».
E quelli a me: «Tutti saran serrati quando di Iosaf?t qui torneranno coi corpi che l? s? hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hanno con Epicuro tutti suoi seguaci, che l'anima col corpo morta fanno.
Per? a la dimanda che mi faci quinc'entro satisfatto sar? tosto, e al disio ancor che tu mi taci».
E io: «Buon duca, non tegno riposto a te mio cuor se non per dicer poco, e tu m'hai non pur mo a ci? disposto».
«O Tosco che per la citt? del foco vivo ten vai cos? parlando onesto, piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto di quella nobil patria natio a la qual forse fui troppo molesto».
Subitamente questo suono usc?o d'una de l'arche; per? m'accostai, temendo, un poco pi? al duca mio.
Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? Vedi l? Farinata che s'? dritto: da la cintola in s? tutto 'l vedrai».
Io avea gi? il mio viso nel suo fitto; ed el s'ergea col petto e con la fronte com'avesse l'inferno a gran dispitto.
E l'animose man del duca e pronte mi pinser tra le sepulture a lui, dicendo: «Le parole tue sien conte».
Com'io al pi? de la sua tomba fui, guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, mi dimand?: «Chi fuor li maggior tui?».
Io ch'era d'ubidir disideroso, non gliel celai, ma tutto gliel'apersi; ond'ei lev? le ciglia un poco in suso; poi disse: «Fieramente furo avversi a me e a miei primi e a mia parte, s? che per due fiate li dispersi».
«S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte», rispuos'io lui, «l'una e l'altra fiata; ma i vostri non appreser ben quell'arte».
Allor surse a la vista scoperchiata un'ombra, lungo questa, infino al mento: credo che s'era in ginocchie levata.
Dintorno mi guard?, come talento avesse di veder s'altri era meco; e poi che 'l sospecciar fu tutto spento, piangendo disse: «Se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'?? e perch? non ? teco?».
E io a lui: «Da me stesso non vegno: colui ch'attende l?, per qui mi mena forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
Le sue parole e 'l modo de la pena m'avean di costui gi? letto il nome; per? fu la risposta cos? piena.
Di subito drizzato grid?: «Come? dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
Quando s'accorse d'alcuna dimora ch'io facea dinanzi a la risposta, supin ricadde e pi? non parve fora.
Ma quell'altro magnanimo, a cui posta restato m'era, non mut? aspetto, n? mosse collo, n? pieg? sua costa: e s? continuando al primo detto, «S'elli han quell'arte», disse, «male appresa, ci? mi tormenta pi? che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa la faccia de la donna che qui regge, che tu saprai quanto quell'arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge, dimmi: perch? quel popolo ? s? empio incontr'a' miei in ciascuna sua legge?».
Ond'io a lui: «Lo strazio e 'l grande scempio che fece l'Arbia colorata in rosso, tal orazion fa far nel nostro tempio».
Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso, «A ci? non fu' io sol», disse, «n? certo sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu' io solo, l? dove sofferto fu per ciascun di t?rre via Fiorenza, colui che la difesi a viso aperto».
«Deh, se riposi mai vostra semenza», prega' io lui, «solvetemi quel nodo che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
El par che voi veggiate, se ben odo, dinanzi quel che 'l tempo seco adduce, e nel presente tenete altro modo».
«Noi veggiam, come quei c'ha mala luce, le cose», disse, «che ne son lontano; cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s'appressano o son, tutto ? vano nostro intelletto; e s'altri non ci apporta, nulla sapem di vostro stato umano.
Per? comprender puoi che tutta morta fia nostra conoscenza da quel punto che del futuro fia chiusa la porta».
Allor, come di mia colpa compunto, dissi: «Or direte dunque a quel caduto che 'l suo nato ? co'vivi ancor congiunto; e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto, fate i saper che 'l fei perch? pensava gi? ne l'error che m'avete soluto».
E gi? 'l maestro mio mi richiamava; per ch'i' pregai lo spirto pi? avaccio che mi dicesse chi con lu' istava.
Dissemi: «Qui con pi? di mille giaccio: qua dentro ? 'l secondo Federico, e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio».
Indi s'ascose; e io inver' l'antico poeta volsi i passi, ripensando a quel parlar che mi parea nemico.
Elli si mosse; e poi, cos? andando, mi disse: «Perch? se' tu s? smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.
«La mente tua conservi quel ch'udito hai contra te», mi comand? quel saggio.
«E ora attendi qui», e drizz? 'l dito: «quando sarai dinanzi al dolce raggio di quella il cui bell'occhio tutto vede, da lei saprai di tua vita il viaggio».
Appresso mosse a man sinistra il piede: lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo per un sentier ch'a una valle fiede, che 'nfin l? s? facea spiacer suo lezzo.
Inferno: Canto XI In su l'estremit? d'un'alta ripa che facevan gran pietre rotte in cerchio venimmo sopra pi? crudele stipa; e quivi, per l'orribile soperchio del puzzo che 'l profondo abisso gitta, ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta che dicea: "Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotin de la via dritta".
«Lo nostro scender conviene esser tardo, s? che s'ausi un poco in prima il senso al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
Cos? 'l maestro; e io «Alcun compenso», dissi lui, «trova che 'l tempo non passi perduto».
Ed elli: «Vedi ch'a ci? penso».
«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», cominci? poi a dir, «son tre cerchietti di grado in grado, come que' che lassi.
Tutti son pien di spirti maladetti; ma perch? poi ti basti pur la vista, intendi come e perch? son costretti.
D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista, ingiuria ? 'l fine, ed ogne fin cotale o con forza o con frode altrui contrista.
Ma perch? frode ? de l'uom proprio male, pi? spiace a Dio; e per? stan di sotto li frodolenti, e pi? dolor li assale.
Di violenti il primo cerchio ? tutto; ma perch? si fa forza a tre persone, in tre gironi ? distinto e costrutto.
A Dio, a s?, al prossimo si p?ne far forza, dico in loro e in lor cose, come udirai con aperta ragione.
Morte per forza e ferute dogliose nel prossimo si danno, e nel suo avere ruine, incendi e tollette dannose; onde omicide e ciascun che mal fiere, guastatori e predon, tutti tormenta lo giron primo per diverse schiere.
Puote omo avere in s? man violenta e ne' suoi beni; e per? nel secondo giron convien che sanza pro si penta qualunque priva s? del vostro mondo, biscazza e fonde la sua facultade, e piange l? dov'esser de' giocondo.
Puossi far forza nella deitade, col cor negando e bestemmiando quella, e spregiando natura e sua bontade; e per? lo minor giron suggella del segno suo e Soddoma e Caorsa e chi, spregiando Dio col cor, favella.
La frode, ond'ogne coscienza ? morsa, pu? l'omo usare in colui che 'n lui fida e in quel che fidanza non imborsa.
Questo modo di retro par ch'incida pur lo vinco d'amor che fa natura; onde nel cerchio secondo s'annida ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsit?, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura.
Per l'altro modo quell'amor s'oblia che fa natura, e quel ch'? poi aggiunto, di che la fede spezial si cria; onde nel cerchio minore, ov'? 'l punto de l'universo in su che Dite siede, qualunque trade in etterno ? consunto».
E io: «Maestro, assai chiara procede la tua ragione, e assai ben distingue questo bar?tro e 'l popol ch'e' possiede.
Ma dimmi: quei de la palude pingue, che mena il vento, e che batte la pioggia, e che s'incontran con s? aspre lingue, perch? non dentro da la citt? roggia sono ei puniti, se Dio li ha in ira? e se non li ha, perch? sono a tal foggia?».
Ed elli a me «Perch? tanto delira», disse «lo 'ngegno tuo da quel che s?le? o ver la mente dove altrove mira? Non ti rimembra di quelle parole con le quai la tua Etica pertratta le tre disposizion che 'l ciel non vole, incontenenza, malizia e la matta bestialitade? e come incontenenza men Dio offende e men biasimo accatta? Se tu riguardi ben questa sentenza, e rechiti a la mente chi son quelli che s? di fuor sostegnon penitenza, tu vedrai ben perch? da questi felli sien dipartiti, e perch? men crucciata la divina vendetta li martelli».
«O sol che sani ogni vista turbata, tu mi contenti s? quando tu solvi, che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
Ancora in dietro un poco ti rivolvi», diss'io, «l? dove di' ch'usura offende la divina bontade, e 'l groppo solvi».
«Filosofia», mi disse, «a chi la 'ntende, nota, non pure in una sola parte, come natura lo suo corso prende dal divino 'ntelletto e da sua arte; e se tu ben la tua Fisica note, tu troverai, non dopo molte carte, che l'arte vostra quella, quanto pote, segue, come 'l maestro fa 'l discente; s? che vostr'arte a Dio quasi ? nepote.
Da queste due, se tu ti rechi a mente lo Genes? dal principio, convene prender sua vita e avanzar la gente; e perch? l'usuriere altra via tene, per s? natura e per la sua seguace dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace; ch? i Pesci guizzan su per l'orizzonta, e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace, e 'l balzo via l? oltra si dismonta».
Inferno: Canto XII Era lo loco ov'a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco, tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
Qual ? quella ruina che nel fianco di qua da Trento l'Adice percosse, o per tremoto o per sostegno manco, che da cima del monte, onde si mosse, al piano ? s? la roccia discoscesa, ch'alcuna via darebbe a chi s? fosse: cotal di quel burrato era la scesa; e 'n su la punta de la rotta lacca l'infamia di Creti era distesa che fu concetta ne la falsa vacca; e quando vide noi, s? stesso morse, s? come quei cui l'ira dentro fiacca.
Lo savio mio inver' lui grid?: «Forse tu credi che qui sia 'l duca d'Atene, che s? nel mondo la morte ti porse? P?rtiti, bestia: ch? questi non vene ammaestrato da la tua sorella, ma vassi per veder le vostre pene».
Qual ? quel toro che si slaccia in quella c'ha ricevuto gi? 'l colpo mortale, che gir non sa, ma qua e l? saltella, vid'io lo Minotauro far cotale; e quello accorto grid?: «Corri al varco: mentre ch'e' 'nfuria, ? buon che tu ti cale».
Cos? prendemmo via gi? per lo scarco di quelle pietre, che spesso moviensi sotto i miei piedi per lo novo carco.
Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi forse a questa ruina ch'? guardata da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.
Or vo' che sappi che l'altra fiata ch'i' discesi qua gi? nel basso inferno, questa roccia non era ancor cascata.
Ma certo poco pria, se ben discerno, che venisse colui che la gran preda lev? a Dite del cerchio superno, da tutte parti l'alta valle feda trem? s?, ch'i' pensai che l'universo sentisse amor, per lo qual ? chi creda pi? volte il mondo in ca?sso converso; e in quel punto questa vecchia roccia qui e altrove, tal fece riverso.
Ma ficca li occhi a valle, ch? s'approccia la riviera del sangue in la qual bolle qual che per violenza in altrui noccia».
Oh cieca cupidigia e ira folle, che s? ci sproni ne la vita corta, e ne l'etterna poi s? mal c'immolle! Io vidi un'ampia fossa in arco torta, come quella che tutto 'l piano abbraccia, secondo ch'avea detto la mia scorta; e tra 'l pi? de la ripa ed essa, in traccia corrien centauri, armati di saette, come solien nel mondo andare a caccia.
Veggendoci calar, ciascun ristette, e de la schiera tre si dipartiro con archi e asticciuole prima elette; e l'un grid? da lungi: «A qual martiro venite voi che scendete la costa? Ditel costinci; se non, l'arco tiro».
Lo mio maestro disse: «La risposta farem noi a Chir?n cost? di presso: mal fu la voglia tua sempre s? tosta».
Poi mi tent?, e disse: «Quelli ? Nesso, che mor? per la bella Deianira e f? di s? la vendetta elli stesso.
E quel di mezzo, ch'al petto si mira, ? il gran Chir?n, il qual nodr? Achille; quell'altro ? Folo, che fu s? pien d'ira.
Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue pi? che sua colpa sortille».
Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: Chir?n prese uno strale, e con la cocca fece la barba in dietro a le mascelle.
Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, disse a' compagni: «Siete voi accorti che quel di retro move ci? ch'el tocca? Cos? non soglion far li pi? d'i morti».
E 'l mio buon duca, che gi? li er'al petto, dove le due nature son consorti, rispuose: «Ben ? vivo, e s? soletto mostrar li mi convien la valle buia; necessit? 'l ci 'nduce, e non diletto.
Tal si part? da cantare alleluia che mi commise quest'officio novo: non ? ladron, n? io anima fuia.
Ma per quella virt? per cu' io movo li passi miei per s? selvaggia strada, danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo, e che ne mostri l? dove si guada e che porti costui in su la groppa, ch? non ? spirto che per l'aere vada».
Chir?n si volse in su la destra poppa, e disse a Nesso: «Torna, e s? li guida, e fa cansar s'altra schiera v'intoppa».
Or ci movemmo con la scorta fida lungo la proda del bollor vermiglio, dove i bolliti facieno alte strida.
Io vidi gente sotto infino al ciglio; e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
Quivi si piangon li spietati danni; quivi ? Alessandro, e Dionisio fero, che f? Cicilia aver dolorosi anni.
E quella fronte c'ha 'l pel cos? nero, ? Azzolino; e quell'altro ch'? biondo, ? Opizzo da Esti, il qual per vero fu spento dal figliastro s? nel mondo».


Purgatorio (Italian)

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 LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PURGATORIO



Purgatorio: Canto I

 Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;
 e canterò di quel secondo regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
Ma qui la morta poesì resurga, o sante Muse, poi che vostro sono; e qui Caliopè alquanto surga, seguitando il mio canto con quel suono di cui le Piche misere sentiro lo colpo tal, che disperar perdono.
Dolce color d'oriental zaffiro, che s'accoglieva nel sereno aspetto del mezzo, puro infino al primo giro, a li occhi miei ricominciò diletto, tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
Lo bel pianeto che d'amar conforta faceva tutto rider l'oriente, velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
I' mi volsi a man destra, e puosi mente a l'altro polo, e vidi quattro stelle non viste mai fuor ch'a la prima gente.
Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: oh settentrional vedovo sito, poi che privato se' di mirar quelle! Com'io da loro sguardo fui partito, un poco me volgendo a l 'altro polo, là onde il Carro già era sparito, vidi presso di me un veglio solo, degno di tanta reverenza in vista, che più non dee a padre alcun figliuolo.
Lunga la barba e di pel bianco mista portava, a' suoi capelli simigliante, de' quai cadeva al petto doppia lista.
Li raggi de le quattro luci sante fregiavan sì la sua faccia di lume, ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
«Chi siete voi che contro al cieco fiume fuggita avete la pregione etterna?», diss'el, movendo quelle oneste piume.
«Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna, uscendo fuor de la profonda notte che sempre nera fa la valle inferna? Son le leggi d'abisso così rotte? o è mutato in ciel novo consiglio, che, dannati, venite a le mie grotte?».
Lo duca mio allor mi diè di piglio, e con parole e con mani e con cenni reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio.
Poscia rispuose lui: «Da me non venni: donna scese del ciel, per li cui prieghi de la mia compagnia costui sovvenni.
Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi di nostra condizion com'ell'è vera, esser non puote il mio che a te si nieghi.
Questi non vide mai l'ultima sera; ma per la sua follia le fu sì presso, che molto poco tempo a volger era.
Sì com'io dissi, fui mandato ad esso per lui campare; e non lì era altra via che questa per la quale i' mi son messo.
Mostrata ho lui tutta la gente ria; e ora intendo mostrar quelli spirti che purgan sé sotto la tua balìa.
Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti; de l'alto scende virtù che m'aiuta conducerlo a vederti e a udirti.
Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara in Utica la morte, ove lasciasti la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.
Non son li editti etterni per noi guasti, ché questi vive, e Minòs me non lega; ma son del cerchio ove son li occhi casti di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega, o santo petto, che per tua la tegni: per lo suo amore adunque a noi ti piega.
Lasciane andar per li tuoi sette regni; grazie riporterò di te a lei, se d'esser mentovato là giù degni».
«Marzia piacque tanto a li occhi miei mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora, «che quante grazie volse da me, fei.
Or che di là dal mal fiume dimora, più muover non mi può, per quella legge che fatta fu quando me n'usci' fora.
Ma se donna del ciel ti muove e regge, come tu di' , non c'è mestier lusinghe: bastisi ben che per lei mi richegge.
Va dunque, e fa che tu costui ricinghe d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso, sì ch'ogne sucidume quindi stinghe; ché non si converria, l'occhio sorpriso d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo ministro, ch'è di quei di paradiso.
Questa isoletta intorno ad imo ad imo, là giù colà dove la batte l'onda, porta di giunchi sovra 'l molle limo; null'altra pianta che facesse fronda o indurasse, vi puote aver vita, però ch'a le percosse non seconda.
Poscia non sia di qua vostra reddita; lo sol vi mosterrà, che surge omai, prendere il monte a più lieve salita».
Così sparì; e io sù mi levai sanza parlare, e tutto mi ritrassi al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: volgianci in dietro, ché di qua dichina questa pianura a' suoi termini bassi».
L'alba vinceva l'ora mattutina che fuggia innanzi, sì che di lontano conobbi il tremolar de la marina.
Noi andavam per lo solingo piano com'om che torna a la perduta strada, che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
Quando noi fummo là 've la rugiada pugna col sole, per essere in parte dove, ad orezza, poco si dirada, ambo le mani in su l'erbetta sparte soavemente 'l mio maestro pose: ond'io, che fui accorto di sua arte, porsi ver' lui le guance lagrimose: ivi mi fece tutto discoverto quel color che l'inferno mi nascose.
Venimmo poi in sul lito diserto, che mai non vide navicar sue acque omo, che di tornar sia poscia esperto.
Quivi mi cinse sì com'altrui piacque: oh maraviglia! ché qual elli scelse l'umile pianta, cotal si rinacque subitamente là onde l'avelse.
Purgatorio: Canto II Già era 'l sole a l'orizzonte giunto lo cui meridian cerchio coverchia Ierusalèm col suo più alto punto; e la notte, che opposita a lui cerchia, uscia di Gange fuor con le Bilance, che le caggion di man quando soverchia; sì che le bianche e le vermiglie guance, là dov'i' era, de la bella Aurora per troppa etate divenivan rance.
Noi eravam lunghesso mare ancora, come gente che pensa a suo cammino, che va col cuore e col corpo dimora.
Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, per li grossi vapor Marte rosseggia giù nel ponente sovra 'l suol marino, cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia, un lume per lo mar venir sì ratto, che 'l muover suo nessun volar pareggia.
Dal qual com'io un poco ebbi ritratto l'occhio per domandar lo duca mio, rividil più lucente e maggior fatto.
Poi d'ogne lato ad esso m'appario un non sapeva che bianco, e di sotto a poco a poco un altro a lui uscio.
Lo mio maestro ancor non facea motto, mentre che i primi bianchi apparver ali; allor che ben conobbe il galeotto, gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani; omai vedrai di sì fatti officiali.
Vedi che sdegna li argomenti umani, sì che remo non vuol, né altro velo che l'ali sue, tra liti sì lontani.
Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo, trattando l'aere con l'etterne penne, che non si mutan come mortal pelo».
Poi, come più e più verso noi venne l'uccel divino, più chiaro appariva: per che l'occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero.
'In exitu Israel de Aegypto' cantavan tutti insieme ad una voce con quanto di quel salmo è poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa croce; ond'ei si gittar tutti in su la piaggia; ed el sen gì, come venne, veloce.
La turba che rimase lì, selvaggia parea del loco, rimirando intorno come colui che nove cose assaggia.
Da tutte parti saettava il giorno lo sol, ch'avea con le saette conte di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno, quando la nova gente alzò la fronte ver' noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, mostratene la via di gire al monte».
E Virgilio rispuose: «Voi credete forse che siamo esperti d'esto loco; ma noi siam peregrin come voi siete.
Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, per altra via, che fu sì aspra e forte, che lo salire omai ne parrà gioco».
L'anime, che si fuor di me accorte, per lo spirare, ch'i' era ancor vivo, maravigliando diventaro smorte.
E come a messagger che porta ulivo tragge la gente per udir novelle, e di calcar nessun si mostra schivo, così al viso mio s'affisar quelle anime fortunate tutte quante, quasi obliando d'ire a farsi belle.
Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi con sì grande affetto, che mosse me a far lo somigliante.
Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto! tre volte dietro a lei le mani avvinsi, e tante mi tornai con esse al petto.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi; per che l'ombra sorrise e si ritrasse, e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
Soavemente disse ch'io posasse; allor conobbi chi era, e pregai che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
Rispuosemi: «Così com'io t'amai nel mortal corpo, così t'amo sciolta: però m'arresto; ma tu perché vai?».
«Casella mio, per tornar altra volta là dov'io son, fo io questo viaggio», diss'io; «ma a te com'è tanta ora tolta?».
Ed elli a me: «Nessun m'è fatto oltraggio, se quei che leva quando e cui li piace, più volte m'ha negato esto passaggio; ché di giusto voler lo suo si face: veramente da tre mesi elli ha tolto chi ha voluto intrar, con tutta pace.
Ond'io, ch'era ora a la marina vòlto dove l'acqua di Tevero s'insala, benignamente fu' da lui ricolto.
A quella foce ha elli or dritta l'ala, però che sempre quivi si ricoglie qual verso Acheronte non si cala».
E io: «Se nuova legge non ti toglie memoria o uso a l'amoroso canto che mi solea quetar tutte mie doglie, di ciò ti piaccia consolare alquanto l'anima mia, che, con la sua persona venendo qui, è affannata tanto!».
'Amor che ne la mente mi ragiona' cominciò elli allor sì dolcemente, che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Lo mio maestro e io e quella gente ch'eran con lui parevan sì contenti, come a nessun toccasse altro la mente.
Noi eravam tutti fissi e attenti a le sue note; ed ecco il veglio onesto gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? qual negligenza, quale stare è questo? Correte al monte a spogliarvi lo scoglio ch'esser non lascia a voi Dio manifesto».
Come quando, cogliendo biado o loglio, li colombi adunati a la pastura, queti, sanza mostrar l'usato orgoglio, se cosa appare ond'elli abbian paura, subitamente lasciano star l'esca, perch'assaliti son da maggior cura; così vid'io quella masnada fresca lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa, com'om che va, né sa dove riesca: né la nostra partita fu men tosta.
Purgatorio: Canto III Avvegna che la subitana fuga dispergesse color per la campagna, rivolti al monte ove ragion ne fruga, i' mi ristrinsi a la fida compagna: e come sare' io sanza lui corso? chi m'avria tratto su per la montagna? El mi parea da sé stesso rimorso: o dignitosa coscienza e netta, come t'è picciol fallo amaro morso! Quando li piedi suoi lasciar la fretta, che l'onestade ad ogn'atto dismaga, la mente mia, che prima era ristretta, lo 'ntento rallargò, sì come vaga, e diedi 'l viso mio incontr'al poggio che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.
Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, rotto m'era dinanzi a la figura, ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
Io mi volsi dallato con paura d'essere abbandonato, quand'io vidi solo dinanzi a me la terra oscura; e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?», a dir mi cominciò tutto rivolto; «non credi tu me teco e ch'io ti guidi? Vespero è già colà dov'è sepolto lo corpo dentro al quale io facea ombra: Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto.
Ora, se innanzi a me nulla s'aombra, non ti maravigliar più che d'i cieli che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
A sofferir tormenti, caldi e geli simili corpi la Virtù dispone che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via che tiene una sustanza in tre persone.
State contenti, umana gente, al quia; ché se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria; e disiar vedeste sanza frutto tai che sarebbe lor disio quetato, ch'etternalmente è dato lor per lutto: io dico d'Aristotile e di Plato e di molt'altri»; e qui chinò la fronte, e più non disse, e rimase turbato.
Noi divenimmo intanto a piè del monte; quivi trovammo la roccia sì erta, che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
Tra Lerice e Turbìa la più diserta, la più rotta ruina è una scala, verso di quella, agevole e aperta.
«Or chi sa da qual man la costa cala», disse 'l maestro mio fermando 'l passo, «sì che possa salir chi va sanz'ala?».
E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso essaminava del cammin la mente, e io mirava suso intorno al sasso, da man sinistra m'apparì una gente d'anime, che movieno i piè ver' noi, e non pareva, sì venian lente.
«Leva», diss'io, «maestro, li occhi tuoi: ecco di qua chi ne darà consiglio, se tu da te medesmo aver nol puoi».
Guardò allora, e con libero piglio rispuose: «Andiamo in là, ch'ei vegnon piano; e tu ferma la spene, dolce figlio».
Ancora era quel popol di lontano, i' dico dopo i nostri mille passi, quanto un buon gittator trarria con mano, quando si strinser tutti ai duri massi de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
«O ben finiti, o già spiriti eletti», Virgilio incominciò, «per quella pace ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti, ditene dove la montagna giace sì che possibil sia l'andare in suso; ché perder tempo a chi più sa più spiace».
Come le pecorelle escon del chiuso a una, a due, a tre, e l'altre stanno timidette atterrando l'occhio e 'l muso; e ciò che fa la prima, e l'altre fanno, addossandosi a lei, s'ella s'arresta, semplici e quete, e lo 'mperché non sanno; sì vid'io muovere a venir la testa di quella mandra fortunata allotta, pudica in faccia e ne l'andare onesta.
Come color dinanzi vider rotta la luce in terra dal mio destro canto, sì che l'ombra era da me a la grotta, restaro, e trasser sé in dietro alquanto, e tutti li altri che venieno appresso, non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.
«Sanza vostra domanda io vi confesso che questo è corpo uman che voi vedete; per che 'l lume del sole in terra è fesso.
Non vi maravigliate, ma credete che non sanza virtù che da ciel vegna cerchi di soverchiar questa parete».
Così 'l maestro; e quella gente degna «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», coi dossi de le man faccendo insegna.
E un di loro incominciò: «Chiunque tu se', così andando, volgi 'l viso: pon mente se di là mi vedesti unque».
Io mi volsi ver lui e guardail fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
Quand'io mi fui umilmente disdetto d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, nepote di Costanza imperadrice; ond'io ti priego che, quando tu riedi, vadi a mia bella figlia, genitrice de l'onor di Cicilia e d'Aragona, e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
Poscia ch'io ebbi rotta la persona di due punte mortali, io mi rendei, piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei.
Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia di me fu messo per Clemente allora, avesse in Dio ben letta questa faccia, l'ossa del corpo mio sarieno ancora in co del ponte presso a Benevento, sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde, dov'e' le trasmutò a lume spento.
Per lor maladizion sì non si perde, che non possa tornar, l'etterno amore, mentre che la speranza ha fior del verde.
Vero è che quale in contumacia more di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta, star li convien da questa ripa in fore, per ognun tempo ch'elli è stato, trenta, in sua presunzion, se tal decreto più corto per buon prieghi non diventa.
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, revelando a la mia buona Costanza come m'hai visto, e anco esto divieto; ché qui per quei di là molto s'avanza».
Purgatorio: Canto IV Quando per dilettanze o ver per doglie, che alcuna virtù nostra comprenda l'anima bene ad essa si raccoglie, par ch'a nulla potenza più intenda; e questo è contra quello error che crede ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
E però, quando s'ode cosa o vede che tegna forte a sé l'anima volta, vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede; ch'altra potenza è quella che l'ascolta, e altra è quella c'ha l'anima intera: questa è quasi legata, e quella è sciolta.
Di ciò ebb'io esperienza vera, udendo quello spirto e ammirando; ché ben cinquanta gradi salito era lo sole, e io non m'era accorto, quando venimmo ove quell'anime ad una gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
Maggiore aperta molte volte impruna con una forcatella di sue spine l'uom de la villa quando l'uva imbruna, che non era la calla onde saline lo duca mio, e io appresso, soli, come da noi la schiera si partìne.
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, montasi su in Bismantova 'n Cacume con esso i piè; ma qui convien ch'om voli; dico con l'ale snelle e con le piume del gran disio, di retro a quel condotto che speranza mi dava e facea lume.
Noi salavam per entro 'l sasso rotto, e d'ogne lato ne stringea lo stremo, e piedi e man volea il suol di sotto.
Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo de l'alta ripa, a la scoperta piaggia, «Maestro mio», diss'io, «che via faremo?».
Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; pur su al monte dietro a me acquista, fin che n'appaia alcuna scorta saggia».
Lo sommo er'alto che vincea la vista, e la costa superba più assai che da mezzo quadrante a centro lista.
Io era lasso, quando cominciai: «O dolce padre, volgiti, e rimira com'io rimango sol, se non restai».
«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», additandomi un balzo poco in sùe che da quel lato il poggio tutto gira.
Sì mi spronaron le parole sue, ch'i' mi sforzai carpando appresso lui, tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue.
A seder ci ponemmo ivi ambedui vòlti a levante ond'eravam saliti, che suole a riguardar giovare altrui.
Li occhi prima drizzai ai bassi liti; poscia li alzai al sole, e ammirava che da sinistra n'eravam feriti.
Ben s'avvide il poeta ch'io stava stupido tutto al carro de la luce, ove tra noi e Aquilone intrava.
Ond'elli a me: «Se Castore e Poluce fossero in compagnia di quello specchio che sù e giù del suo lume conduce, tu vedresti il Zodiaco rubecchio ancora a l'Orse più stretto rotare, se non uscisse fuor del cammin vecchio.
Come ciò sia, se 'l vuoi poter pensare, dentro raccolto, imagina Siòn con questo monte in su la terra stare sì, ch'amendue hanno un solo orizzòn e diversi emisperi; onde la strada che mal non seppe carreggiar Fetòn, vedrai come a costui convien che vada da l'un, quando a colui da l'altro fianco, se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada».
«Certo, maestro mio,», diss'io, «unquanco non vid'io chiaro sì com'io discerno là dove mio ingegno parea manco, che 'l mezzo cerchio del moto superno, che si chiama Equatore in alcun'arte, e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno, per la ragion che di' , quinci si parte verso settentrion, quanto li Ebrei vedevan lui verso la calda parte.
Ma se a te piace, volontier saprei quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale più che salir non posson li occhi miei».
Ed elli a me: «Questa montagna è tale, che sempre al cominciar di sotto è grave; e quant'om più va sù, e men fa male.
Però, quand'ella ti parrà soave tanto, che sù andar ti fia leggero com'a seconda giù andar per nave, allor sarai al fin d'esto sentiero; quivi di riposar l'affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero».
E com'elli ebbe sua parola detta, una voce di presso sonò: «Forse che di sedere in pria avrai distretta!».
Al suon di lei ciascun di noi si torse, e vedemmo a mancina un gran petrone, del qual né io né ei prima s'accorse.
Là ci traemmo; e ivi eran persone che si stavano a l'ombra dietro al sasso come l'uom per negghienza a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava lasso, sedeva e abbracciava le ginocchia, tenendo 'l viso giù tra esse basso.
«O dolce segnor mio», diss'io, «adocchia colui che mostra sé più negligente che se pigrizia fosse sua serocchia».
Allor si volse a noi e puose mente, movendo 'l viso pur su per la coscia, e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».
Conobbi allor chi era, e quella angoscia che m'avacciava un poco ancor la lena, non m'impedì l'andare a lui; e poscia ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena, dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole da l'omero sinistro il carro mena?».
Li atti suoi pigri e le corte parole mosser le labbra mie un poco a riso; poi cominciai: «Belacqua, a me non dole di te omai; ma dimmi: perché assiso quiritto se'? attendi tu iscorta, o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».
Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? ché non mi lascerebbe ire a' martìri l'angel di Dio che siede in su la porta.
Prima convien che tanto il ciel m'aggiri di fuor da essa, quanto fece in vita, perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri, se orazione in prima non m'aita che surga sù di cuor che in grazia viva; l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».
E già il poeta innanzi mi saliva, e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco meridian dal sole e a la riva cuopre la notte già col piè Morrocco».
Purgatorio: Canto V Io era già da quell'ombre partito, e seguitava l'orme del mio duca, quando di retro a me, drizzando 'l dito, una gridò: «Ve' che non par che luca lo raggio da sinistra a quel di sotto, e come vivo par che si conduca!».
Li occhi rivolsi al suon di questo motto, e vidile guardar per maraviglia pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
«Perché l'animo tuo tanto s'impiglia», disse 'l maestro, «che l'andare allenti? che ti fa ciò che quivi si pispiglia? Vien dietro a me, e lascia dir le genti: sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti; ché sempre l'omo in cui pensier rampolla sovra pensier, da sé dilunga il segno, perché la foga l'un de l'altro insolla».
Che potea io ridir, se non «Io vegno»? Dissilo, alquanto del color consperso che fa l'uom di perdon talvolta degno.
E 'ntanto per la costa di traverso venivan genti innanzi a noi un poco, cantando 'Miserere' a verso a verso.
Quando s'accorser ch'i' non dava loco per lo mio corpo al trapassar d'i raggi, mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; e due di loro, in forma di messaggi, corsero incontr'a noi e dimandarne: «Di vostra condizion fatene saggi».
E 'l mio maestro: «Voi potete andarne e ritrarre a color che vi mandaro che 'l corpo di costui è vera carne.
Se per veder la sua ombra restaro, com'io avviso, assai è lor risposto: fàccianli onore, ed essere può lor caro».
Vapori accesi non vid'io sì tosto di prima notte mai fender sereno, né, sol calando, nuvole d'agosto, che color non tornasser suso in meno; e, giunti là, con li altri a noi dier volta come schiera che scorre sanza freno.
«Questa gente che preme a noi è molta, e vegnonti a pregar», disse 'l poeta: «però pur va, e in andando ascolta».
«O anima che vai per esser lieta con quelle membra con le quai nascesti», venian gridando, «un poco il passo queta.
Guarda s'alcun di noi unqua vedesti, sì che di lui di là novella porti: deh, perché vai? deh, perché non t'arresti? Noi fummo tutti già per forza morti, e peccatori infino a l'ultima ora; quivi lume del ciel ne fece accorti, sì che, pentendo e perdonando, fora di vita uscimmo a Dio pacificati, che del disio di sé veder n'accora».
E io: «Perché ne' vostri visi guati, non riconosco alcun; ma s'a voi piace cosa ch'io possa, spiriti ben nati, voi dite, e io farò per quella pace che, dietro a' piedi di sì fatta guida di mondo in mondo cercar mi si face».
E uno incominciò: «Ciascun si fida del beneficio tuo sanza giurarlo, pur che 'l voler nonpossa non ricida.
Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo, ti priego, se mai vedi quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo, che tu mi sie di tuoi prieghi cortese in Fano, sì che ben per me s'adori pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
Quindi fu' io; ma li profondi fóri ond'uscì 'l sangue in sul quale io sedea, fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, là dov'io più sicuro esser credea: quel da Esti il fé far, che m'avea in ira assai più là che dritto non volea.
Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira, quando fu' sovragiunto ad Oriaco, ancor sarei di là dove si spira.
Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid'io de le mie vene farsi in terra laco».
Poi disse un altro: «Deh, se quel disio si compia che ti tragge a l'alto monte, con buona pietate aiuta il mio! Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; Giovanna o altri non ha di me cura; per ch'io vo tra costor con bassa fronte».
E io a lui: «Qual forza o qual ventura ti traviò sì fuor di Campaldino, che non si seppe mai tua sepultura?».
«Oh!», rispuos'elli, «a piè del Casentino traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano, che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
Là 've 'l vocabol suo diventa vano, arriva' io forato ne la gola, fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola nel nome di Maria fini', e quivi caddi, e rimase la mia carne sola.
Io dirò vero e tu 'l ridì tra ' vivi: l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno gridava: "O tu del ciel, perché mi privi? Tu te ne porti di costui l'etterno per una lagrimetta che 'l mi toglie; ma io farò de l'altro altro governo!".
Ben sai come ne l'aere si raccoglie quell'umido vapor che in acqua riede, tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur mal chiede con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento per la virtù che sua natura diede.
Indi la valle, come 'l dì fu spento, da Pratomagno al gran giogo coperse di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento, sì che 'l pregno aere in acqua si converse; la pioggia cadde e a' fossati venne di lei ciò che la terra non sofferse; e come ai rivi grandi si convenne, ver' lo fiume real tanto veloce si ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse; voltòmmi per le ripe e per lo fondo, poi di sua preda mi coperse e cinse».
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo, e riposato de la lunga via», seguitò 'l terzo spirito al secondo, «ricorditi di me, che son la Pia: Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che 'nnanellata pria disposando m'avea con la sua gemma».
Purgatorio: Canto VI Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l'altro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente; el non s'arresta, e questo e quello intende; a cui porge la man, più non fa pressa; e così da la calca si difende.
Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa.
Quiv'era l'Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e l'altro ch'annegò correndo in caccia.
Quivi pregava con le mani sporte Federigo Novello, e quel da Pisa che fé parer lo buon Marzucco forte.
Vidi conte Orso e l'anima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia, com'e' dicea, non per colpa commisa; Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, mentr'è di qua, la donna di Brabante, sì che però non sia di peggior greggia.
Come libero fui da tutte quante quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi, sì che s'avacci lor divenir sante, io cominciai: «El par che tu mi nieghi, o luce mia, espresso in alcun testo che decreto del cielo orazion pieghi; e questa gente prega pur di questo: sarebbe dunque loro speme vana, o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?».
Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; e la speranza di costor non falla, se ben si guarda con la mente sana; ché cima di giudicio non s'avvalla perché foco d'amor compia in un punto ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla; e là dov'io fermai cotesto punto, non s'ammendava, per pregar, difetto, perché 'l priego da Dio era disgiunto.
Veramente a così alto sospetto non ti fermar, se quella nol ti dice che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice; tu la vedrai di sopra, in su la vetta di questo monte, ridere e felice».
E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, ché già non m'affatico come dianzi, e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta».
«Noi anderem con questo giorno innanzi», rispuose, «quanto più potremo omai; ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi.
Prima che sie là sù, tornar vedrai colui che già si cuopre de la costa, sì che ' suoi raggi tu romper non fai.
Ma vedi là un'anima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda: quella ne 'nsegnerà la via più tosta».
Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa e nel mover de li occhi onesta e tarda! Ella non ci dicea alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita; e quella non rispuose al suo dimando, ma di nostro paese e de la vita ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava «Mantua.
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», e l'ombra, tutta in sé romita, surse ver' lui del loco ove pria stava, dicendo: «O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell'anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode di quei ch'un muro e una fossa serra.
Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, s'alcuna parte in te di pace gode.
Che val perché ti racconciasse il freno Iustiniano, se la sella è vota? Sanz'esso fora la vergogna meno.
Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi ciò che Dio ti nota, guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella.
O Alberto tedesco ch'abbandoni costei ch'è fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni, giusto giudicio da le stelle caggia sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, per cupidigia di costà distretti, che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti! Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com'è oscura! Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: «Cesare mio, perché non m'accompagne?».
Vieni a veder la gente quanto s'ama! e se nulla di noi pietà ti move, a vergognar ti vien de la tua fama.
E se licito m'è, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? O è preparazion che ne l'abisso del tuo consiglio fai per alcun bene in tutto de l'accorger nostro scisso? Ché le città d'Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, mercé del popol tuo che si argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca per non venir sanza consiglio a l'arco; ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!».
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: tu ricca, tu con pace, e tu con senno! S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che fenno l'antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch'a mezzo novembre non giugne quel che tu d'ottobre fili.
Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume hai tu mutato e rinovate membre! E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma.
Purgatorio: Canto VII Poscia che l'accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
«Anzi che a questo monte fosser volte l'anime degne di salire a Dio, fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
Io son Virgilio; e per null'altro rio lo ciel perdei che per non aver fé».
Così rispuose allora il duca mio.
Qual è colui che cosa innanzi sé sùbita vede ond'e' si maraviglia, che crede e non, dicendo «Ella è.
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non è.
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», tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, e umilmente ritornò ver' lui, e abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia.
«O gloria di Latin», disse, «per cui mostrò ciò che potea la lingua nostra, o pregio etterno del loco ond'io fui, qual merito o qual grazia mi ti mostra? S'io son d'udir le tue parole degno, dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra».
«Per tutt'i cerchi del dolente regno», rispuose lui, «son io di qua venuto; virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
Non per far, ma per non fare ho perduto a veder l'alto Sol che tu disiri e che fu tardi per me conosciuto.
Luogo è là giù non tristo di martìri, ma di tenebre solo, ove i lamenti non suonan come guai, ma son sospiri.
Quivi sto io coi pargoli innocenti dai denti morsi de la morte avante che fosser da l'umana colpa essenti; quivi sto io con quei che le tre sante virtù non si vestiro, e sanza vizio conobber l'altre e seguir tutte quante.
Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio dà noi per che venir possiam più tosto là dove purgatorio ha dritto inizio».
Rispuose: «Loco certo non c'è posto; licito m'è andar suso e intorno; per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
Ma vedi già come dichina il giorno, e andar sù di notte non si puote; però è buon pensar di bel soggiorno.
Anime sono a destra qua remote: se mi consenti, io ti merrò ad esse, e non sanza diletto ti fier note».
«Com'è ciò?», fu risposto.
«Chi volesse salir di notte, fora elli impedito d'altrui, o non sarria ché non potesse?».
E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito, dicendo: «Vedi? sola questa riga non varcheresti dopo 'l sol partito: non però ch'altra cosa desse briga, che la notturna tenebra, ad ir suso; quella col nonpoder la voglia intriga.
Ben si poria con lei tornare in giuso e passeggiar la costa intorno errando, mentre che l'orizzonte il dì tien chiuso».
Allora il mio segnor, quasi ammirando, «Menane», disse, «dunque là 've dici ch'aver si può diletto dimorando».
Poco allungati c'eravam di lici, quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo, a guisa che i vallon li sceman quici.
«Colà», disse quell'ombra, «n'anderemo dove la costa face di sé grembo; e là il novo giorno attenderemo».
Tra erto e piano era un sentiero schembo, che ne condusse in fianco de la lacca, là dove più ch'a mezzo muore il lembo.
Oro e argento fine, cocco e biacca, indaco, legno lucido e sereno, fresco smeraldo in l'ora che si fiacca, da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno posti, ciascun saria di color vinto, come dal suo maggiore è vinto il meno.
Non avea pur natura ivi dipinto, ma di soavità di mille odori vi facea uno incognito e indistinto.
'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori quindi seder cantando anime vidi, che per la valle non parean di fuori.
«Prima che 'l poco sole omai s'annidi», cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti, «tra color non vogliate ch'io vi guidi.
Di questo balzo meglio li atti e ' volti conoscerete voi di tutti quanti, che ne la lama giù tra essi accolti.
Colui che più siede alto e fa sembianti d'aver negletto ciò che far dovea, e che non move bocca a li altrui canti, Rodolfo imperador fu, che potea sanar le piaghe c'hanno Italia morta, sì che tardi per altri si ricrea.
L'altro che ne la vista lui conforta, resse la terra dove l'acqua nasce che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce fu meglio assai che Vincislao suo figlio barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
E quel nasetto che stretto a consiglio par con colui c'ha sì benigno aspetto, morì fuggendo e disfiorando il giglio: guardate là come si batte il petto! L'altro vedete c'ha fatto a la guancia de la sua palma, sospirando, letto.
Padre e suocero son del mal di Francia: sanno la vita sua viziata e lorda, e quindi viene il duol che sì li lancia.
Quel che par sì membruto e che s'accorda, cantando, con colui dal maschio naso, d'ogne valor portò cinta la corda; e se re dopo lui fosse rimaso lo giovanetto che retro a lui siede, ben andava il valor di vaso in vaso, che non si puote dir de l'altre rede; Iacomo e Federigo hanno i reami; del retaggio miglior nessun possiede.
Rade volte risurge per li rami l'umana probitate; e questo vole quei che la dà, perché da lui si chiami.
Anche al nasuto vanno mie parole non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta, onde Puglia e Proenza già si dole.
Tant'è del seme suo minor la pianta, quanto più che Beatrice e Margherita, Costanza di marito ancor si vanta.
Vedete il re de la semplice vita seder là solo, Arrigo d'Inghilterra: questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
Quel che più basso tra costor s'atterra, guardando in suso, è Guiglielmo marchese, per cui e Alessandria e la sua guerra fa pianger Monferrato e Canavese».
Purgatorio: Canto VIII Era già l'ora che volge il disio ai navicanti e 'ntenerisce il core lo dì c'han detto ai dolci amici addio; e che lo novo peregrin d'amore punge, se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more; quand'io incominciai a render vano l'udire e a mirare una de l'alme surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
Ella giunse e levò ambo le palme, ficcando li occhi verso l'oriente, come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
'Te lucis ante' sì devotamente le uscìo di bocca e con sì dolci note, che fece me a me uscir di mente; e l'altre poi dolcemente e devote seguitar lei per tutto l'inno intero, avendo li occhi a le superne rote.
Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, ché 'l velo è ora ben tanto sottile, certo che 'l trapassar dentro è leggero.
Io vidi quello essercito gentile tacito poscia riguardare in sùe quasi aspettando, palido e umìle; e vidi uscir de l'alto e scender giùe due angeli con due spade affocate, tronche e private de le punte sue.
Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste, che da verdi penne percosse traean dietro e ventilate.
L'un poco sovra noi a star si venne, e l'altro scese in l'opposita sponda, sì che la gente in mezzo si contenne.
Ben discernea in lor la testa bionda; ma ne la faccia l'occhio si smarria, come virtù ch'a troppo si confonda.
«Ambo vegnon del grembo di Maria», disse Sordello, «a guardia de la valle, per lo serpente che verrà vie via».
Ond'io, che non sapeva per qual calle, mi volsi intorno, e stretto m'accostai, tutto gelato, a le fidate spalle.
E Sordello anco: «Or avvalliamo omai tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; grazioso fia lor vedervi assai».
Solo tre passi credo ch'i' scendesse, e fui di sotto, e vidi un che mirava pur me, come conoscer mi volesse.
Temp'era già che l'aere s'annerava, ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei non dichiarisse ciò che pria serrava.
Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei: giudice Nin gentil, quanto mi piacque quando ti vidi non esser tra ' rei! Nullo bel salutar tra noi si tacque; poi dimandò: «Quant'è che tu venisti a piè del monte per le lontane acque?».
«Oh!», diss'io lui, «per entro i luoghi tristi venni stamane, e sono in prima vita, ancor che l'altra, sì andando, acquisti».
E come fu la mia risposta udita, Sordello ed elli in dietro si raccolse come gente di sùbito smarrita.
L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse che sedea lì, gridando:«Sù, Currado! vieni a veder che Dio per grazia volse».
Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado che tu dei a colui che sì nasconde lo suo primo perché, che non lì è guado, quando sarai di là da le larghe onde, dì a Giovanna mia che per me chiami là dove a li 'nnocenti si risponde.
Non credo che la sua madre più m'ami, poscia che trasmutò le bianche bende, le quai convien che, misera!, ancor brami.
Per lei assai di lieve si comprende quanto in femmina foco d'amor dura, se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
Non le farà sì bella sepultura la vipera che Melanesi accampa, com'avria fatto il gallo di Gallura».
Così dicea, segnato de la stampa, nel suo aspetto, di quel dritto zelo che misuratamente in core avvampa.
Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, pur là dove le stelle son più tarde, sì come rota più presso a lo stelo.
E 'l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
E io a lui: «A quelle tre facelle di che 'l polo di qua tutto quanto arde».
Ond'elli a me: «Le quattro chiare stelle che vedevi staman, son di là basse, e queste son salite ov'eran quelle».
Com'ei parlava, e Sordello a sé il trasse dicendo:«Vedi là 'l nostro avversaro»; e drizzò il dito perché 'n là guardasse.
Da quella parte onde non ha riparo la picciola vallea, era una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
Tra l'erba e ' fior venìa la mala striscia, volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso leccando come bestia che si liscia.
Io non vidi, e però dicer non posso, come mosser li astor celestiali; ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
Sentendo fender l'aere a le verdi ali, fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta, suso a le poste rivolando iguali.
L'ombra che s'era al giudice raccolta quando chiamò, per tutto quello assalto punto non fu da me guardare sciolta.
«Se la lucerna che ti mena in alto truovi nel tuo arbitrio tanta cera quant'è mestiere infino al sommo smalto», cominciò ella, «se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era.
Fui chiamato Currado Malaspina; non son l'antico, ma di lui discesi; a' miei portai l'amor che qui raffina».
«Oh!», diss'io lui, «per li vostri paesi già mai non fui; ma dove si dimora per tutta Europa ch'ei non sien palesi? La fama che la vostra casa onora, grida i segnori e grida la contrada, sì che ne sa chi non vi fu ancora; e io vi giuro, s'io di sopra vada, che vostra gente onrata non si sfregia del pregio de la borsa e de la spada.
Uso e natura sì la privilegia, che, perché il capo reo il mondo torca, sola va dritta e 'l mal cammin dispregia».
Ed elli: «Or va; che 'l sol non si ricorca sette volte nel letto che 'l Montone con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, che cotesta cortese oppinione ti fia chiavata in mezzo de la testa con maggior chiovi che d'altrui sermone, se corso di giudicio non s'arresta».
Purgatorio: Canto IX La concubina di Titone antico già s'imbiancava al balco d'oriente, fuor de le braccia del suo dolce amico; di gemme la sua fronte era lucente, poste in figura del freddo animale che con la coda percuote la gente; e la notte, de' passi con che sale, fatti avea due nel loco ov'eravamo, e 'l terzo già chinava in giuso l'ale; quand'io, che meco avea di quel d'Adamo, vinto dal sonno, in su l'erba inchinai là 've già tutti e cinque sedavamo.
Ne l'ora che comincia i tristi lai la rondinella presso a la mattina, forse a memoria de' suo' primi guai, e che la mente nostra, peregrina più da la carne e men da' pensier presa, a le sue vision quasi è divina, in sogno mi parea veder sospesa un'aguglia nel ciel con penne d'oro, con l'ali aperte e a calare intesa; ed esser mi parea là dove fuoro abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu ratto al sommo consistoro.
Fra me pensava: 'Forse questa fiede pur qui per uso, e forse d'altro loco disdegna di portarne suso in piede'.
Poi mi parea che, poi rotata un poco, terribil come folgor discendesse, e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea che ella e io ardesse; e sì lo 'ncendio imaginato cosse, che convenne che 'l sonno si rompesse.
Non altrimenti Achille si riscosse, li occhi svegliati rivolgendo in giro e non sappiendo là dove si fosse, quando la madre da Chirón a Schiro trafuggò lui dormendo in le sue braccia, là onde poi li Greci il dipartiro; che mi scoss'io, sì come da la faccia mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto, come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
Dallato m'era solo il mio conforto, e 'l sole er'alto già più che due ore, e 'l viso m'era a la marina torto.
«Non aver tema», disse il mio segnore; «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; non stringer, ma rallarga ogne vigore.
Tu se' omai al purgatorio giunto: vedi là il balzo che 'l chiude dintorno; vedi l'entrata là 've par digiunto.
Dianzi, ne l'alba che procede al giorno, quando l'anima tua dentro dormia, sovra li fiori ond'è là giù addorno venne una donna, e disse: "I' son Lucia; lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l'agevolerò per la sua via".
Sordel rimase e l'altre genti forme; ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro, sen venne suso; e io per le sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi dimostraro li occhi suoi belli quella intrata aperta; poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro».
A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta e che muta in conforto sua paura, poi che la verità li è discoperta, mi cambia' io; e come sanza cura vide me 'l duca mio, su per lo balzo si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
Lettor, tu vedi ben com'io innalzo la mia matera, e però con più arte non ti maravigliar s'io la rincalzo.
Noi ci appressammo, ed eravamo in parte, che là dove pareami prima rotto, pur come un fesso che muro diparte, vidi una porta, e tre gradi di sotto per gire ad essa, di color diversi, e un portier ch'ancor non facea motto.
E come l'occhio più e più v'apersi, vidil seder sovra 'l grado sovrano, tal ne la faccia ch'io non lo soffersi; e una spada nuda avea in mano, che reflettea i raggi sì ver' noi, ch'io drizzava spesso il viso in vano.
«Dite costinci: che volete voi?», cominciò elli a dire, «ov'è la scorta? Guardate che 'l venir sù non vi nòi».
«Donna del ciel, di queste cose accorta», rispuose 'l mio maestro a lui, «pur dianzi ne disse: "Andate là: quivi è la porta"».
«Ed ella i passi vostri in bene avanzi», ricominciò il cortese portinaio: «Venite dunque a' nostri gradi innanzi».
Là ne venimmo; e lo scaglion primaio bianco marmo era sì pulito e terso, ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
Era il secondo tinto più che perso, d'una petrina ruvida e arsiccia, crepata per lo lungo e per traverso.
Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia, porfido mi parea, sì fiammeggiante, come sangue che fuor di vena spiccia.
Sovra questo tenea ambo le piante l'angel di Dio, sedendo in su la soglia, che mi sembiava pietra di diamante.
Per li tre gradi sù di buona voglia mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi umilemente che 'l serrame scioglia».
Divoto mi gittai a' santi piedi; misericordia chiesi e ch'el m'aprisse, ma tre volte nel petto pria mi diedi.
Sette P ne la fronte mi descrisse col punton de la spada, e «Fa che lavi, quando se' dentro, queste piaghe», disse.
Cenere, o terra che secca si cavi, d'un color fora col suo vestimento; e di sotto da quel trasse due chiavi.
L'una era d'oro e l'altra era d'argento; pria con la bianca e poscia con la gialla fece a la porta sì, ch'i' fu' contento.
«Quandunque l'una d'este chiavi falla, che non si volga dritta per la toppa», diss'elli a noi, «non s'apre questa calla.
Più cara è l'una; ma l'altra vuol troppa d'arte e d'ingegno avanti che diserri, perch'ella è quella che 'l nodo digroppa.
Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri anzi ad aprir ch'a tenerla serrata, pur che la gente a' piedi mi s'atterri».
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata, dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti che di fuor torna chi 'n dietro si guata».
E quando fuor ne' cardini distorti li spigoli di quella regge sacra, che di metallo son sonanti e forti, non rugghiò sì né si mostrò sì acra Tarpea, come tolto le fu il buono Metello, per che poi rimase macra.
Io mi rivolsi attento al primo tuono, e 'Te Deum laudamus' mi parea udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea ciò ch'io udiva, qual prender si suole quando a cantar con organi si stea; ch'or sì or no s'intendon le parole.
Purgatorio: Canto X Poi fummo dentro al soglio de la porta che 'l mal amor de l'anime disusa, perché fa parer dritta la via torta, sonando la senti' esser richiusa; e s'io avesse li occhi vòlti ad essa, qual fora stata al fallo degna scusa? Noi salavam per una pietra fessa, che si moveva e d'una e d'altra parte, sì come l'onda che fugge e s'appressa.
«Qui si conviene usare un poco d'arte», cominciò 'l duca mio, «in accostarsi or quinci, or quindi al lato che si parte».
E questo fece i nostri passi scarsi, tanto che pria lo scemo de la luna rigiunse al letto suo per ricorcarsi, che noi fossimo fuor di quella cruna; ma quando fummo liberi e aperti sù dove il monte in dietro si rauna, io stancato e amendue incerti di nostra via, restammo in su un piano solingo più che strade per diserti.
Da la sua sponda, ove confina il vano, al piè de l'alta ripa che pur sale, misurrebbe in tre volte un corpo umano; e quanto l'occhio mio potea trar d'ale, or dal sinistro e or dal destro fianco, questa cornice mi parea cotale.
Là sù non eran mossi i piè nostri anco, quand'io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco, esser di marmo candido e addorno d'intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno.
L'angel che venne in terra col decreto de la molt'anni lagrimata pace, ch'aperse il ciel del suo lungo divieto, dinanzi a noi pareva sì verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace.
Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!'; perché iv'era imaginata quella ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave; e avea in atto impressa esta favella 'Ecce ancilla Dei', propriamente come figura in cera si suggella.
«Non tener pur ad un loco la mente», disse 'l dolce maestro, che m'avea da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde m'era colui che mi movea, un'altra storia ne la roccia imposta; per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso, acciò che fosse a li occhi miei disposta.
Era intagliato lì nel marmo stesso lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa, per che si teme officio non commesso.
Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a' due mie' sensi faceva dir l'un «No», l'altro «Sì, canta».
Similemente al fummo de li 'ncensi che v'era imaginato, li occhi e 'l naso e al sì e al no discordi fensi.
Lì precedeva al benedetto vaso, trescando alzato, l'umile salmista, e più e men che re era in quel caso.
Di contra, effigiata ad una vista d'un gran palazzo, Micòl ammirava sì come donna dispettosa e trista.
I' mossi i piè del loco dov'io stava, per avvisar da presso un'altra istoria, che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
Quiv'era storiata l'alta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria; i' dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro sovr'essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro pareva dir: «Segnor, fammi vendetta di mio figliuol ch'è morto, ond'io m'accoro»; ed elli a lei rispondere: «Or aspetta tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio», come persona in cui dolor s'affretta, «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov'io, la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?»; ond'elli: «Or ti conforta; ch'ei convene ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova: giustizia vuole e pietà mi ritene».
Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perché qui non si trova.
Mentr'io mi dilettava di guardare l'imagini di tante umilitadi, e per lo fabbro loro a veder care, «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», mormorava il poeta, «molte genti: questi ne 'nvieranno a li alti gradi».
Li occhi miei ch'a mirare eran contenti per veder novitadi ond'e' son vaghi, volgendosi ver' lui non furon lenti.
Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi di buon proponimento per udire come Dio vuol che 'l debito si paghi.
Non attender la forma del martìre: pensa la succession; pensa ch'al peggio, oltre la gran sentenza non può ire.
Io cominciai: «Maestro, quel ch'io veggio muovere a noi, non mi sembian persone, e non so che, sì nel veder vaneggio».
Ed elli a me: «La grave condizione di lor tormento a terra li rannicchia, sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
Ma guarda fiso là, e disviticchia col viso quel che vien sotto a quei sassi: già scorger puoi come ciascun si picchia».
O superbi cristian, miseri lassi, che, de la vista de la mente infermi, fidanza avete ne' retrosi passi, non v'accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l'angelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi? Di che l'animo vostro in alto galla, poi siete quasi antomata in difetto, sì come vermo in cui formazion falla? Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto, la qual fa del non ver vera rancura nascere 'n chi la vede; così fatti vid'io color, quando puosi ben cura.
Vero è che più e meno eran contratti secondo ch'avien più e meno a dosso; e qual più pazienza avea ne li atti, piangendo parea dicer: 'Più non posso'.
Purgatorio: Canto XI «O Padre nostro, che ne' cieli stai, non circunscritto, ma per più amore ch'ai primi effetti di là sù tu hai, laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore da ogni creatura, com'è degno di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver' noi la pace del tuo regno, ché noi ad essa non potem da noi, s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi fan sacrificio a te, cantando osanna, così facciano li uomini de' suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir s'affanna.
E come noi lo mal ch'avem sofferto perdoniamo a ciascuno, e tu perdona benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s'adona, non spermentar con l'antico avversaro, ma libera da lui che sì la sprona.
Quest'ultima preghiera, segnor caro, già non si fa per noi, ché non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro».
Così a sé e noi buona ramogna quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo, simile a quel che tal volta si sogna, disparmente angosciate tutte a tondo e lasse su per la prima cornice, purgando la caligine del mondo.
Se di là sempre ben per noi si dice, di qua che dire e far per lor si puote da quei ch'hanno al voler buona radice? Ben si de' loro atar lavar le note che portar quinci, sì che, mondi e lievi, possano uscire a le stellate ruote.
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi tosto, sì che possiate muover l'ala, che secondo il disio vostro vi lievi, mostrate da qual mano inver' la scala si va più corto; e se c'è più d'un varco, quel ne 'nsegnate che men erto cala; ché questi che vien meco, per lo 'ncarco de la carne d'Adamo onde si veste, al montar sù, contra sua voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a queste che dette avea colui cu' io seguiva, non fur da cui venisser manifeste; ma fu detto: «A man destra per la riva con noi venite, e troverete il passo possibile a salir persona viva.
E s'io non fossi impedito dal sasso che la cervice mia superba doma, onde portar convienmi il viso basso, cotesti, ch'ancor vive e non si noma, guardere' io, per veder s'i' 'l conosco, e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato d'un gran Tosco: Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
L'antico sangue e l'opere leggiadre d'i miei maggior mi fer sì arrogante, che, non pensando a la comune madre, ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante, ch'io ne mori', come i Sanesi sanno e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno superbia fa, ché tutti miei consorti ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien ch'io questo peso porti per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti».
Ascoltando chinai in giù la faccia; e un di lor, non questi che parlava, si torse sotto il peso che li 'mpaccia, e videmi e conobbemi e chiamava, tenendo li occhi con fatica fisi a me che tutto chin con loro andava.
«Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi, l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte ch'alluminar chiamata è in Parisi?».
«Frate», diss'elli, «più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare' io stato sì cortese mentre ch'io vissi, per lo gran disio de l'eccellenza ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio; e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l'umane posse! com'poco verde in su la cima dura, se non è giunta da l'etati grosse! Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura: così ha tolto l'uno a l'altro Guido la gloria de la lingua; e forse è nato chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
Non è il mondan romore altro ch'un fiato di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi da te la carne, che se fossi morto anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi', pria che passin mill'anni? ch'è più corto spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia al cerchio che più tardi in cielo è torto.
Colui che del cammin sì poco piglia dinanzi a me, Toscana sonò tutta; e ora a pena in Siena sen pispiglia, ond'era sire quando fu distrutta la rabbia fiorentina, che superba fu a quel tempo sì com'ora è putta.
La vostra nominanza è color d'erba, che viene e va, e quei la discolora per cui ella esce de la terra acerba».
E io a lui: «Tuo vero dir m'incora bona umiltà, e gran tumor m'appiani; ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; ed è qui perché fu presuntuoso a recar Siena tutta a le sue mani.
Ito è così e va, sanza riposo, poi che morì; cotal moneta rende a sodisfar chi è di là troppo oso».
E io: «Se quello spirito ch'attende, pria che si penta, l'orlo de la vita, qua giù dimora e qua sù non ascende, se buona orazion lui non aita, prima che passi tempo quanto visse, come fu la venuta lui largita?».
«Quando vivea più glorioso», disse, «liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, s'affisse; e lì, per trar l'amico suo di pena ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogne vena.
Più non dirò, e scuro so che parlo; ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini faranno sì che tu potrai chiosarlo.
Quest'opera li tolse quei confini».
Purgatorio: Canto XII Di pari, come buoi che vanno a giogo, m'andava io con quell'anima carca, fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e varca; ché qui è buono con l'ali e coi remi, quantunque può, ciascun pinger sua barca»; dritto sì come andar vuolsi rife'mi con la persona, avvegna che i pensieri mi rimanessero e chinati e scemi.
Io m'era mosso, e seguia volontieri del mio maestro i passi, e amendue già mostravam com'eravam leggeri; ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: buon ti sarà, per tranquillar la via, veder lo letto de le piante tue».
Come, perché di lor memoria sia, sovra i sepolti le tombe terragne portan segnato quel ch'elli eran pria, onde lì molte volte si ripiagne per la puntura de la rimembranza, che solo a' pii dà de le calcagne; sì vid'io lì, ma di miglior sembianza secondo l'artificio, figurato quanto per via di fuor del monte avanza.
Vedea colui che fu nobil creato più ch'altra creatura, giù dal cielo folgoreggiando scender, da l'un lato.
Vedea Briareo, fitto dal telo celestial giacer, da l'altra parte, grave a la terra per lo mortal gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, armati ancora, intorno al padre loro, mirar le membra d'i Giganti sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro quasi smarrito, e riguardar le genti che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.
O Niobè, con che occhi dolenti vedea io te segnata in su la strada, tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! O Saùl, come in su la propria spada quivi parevi morto in Gelboè, che poi non sentì pioggia né rugiada! O folle Aragne, sì vedea io te già mezza ragna, trista in su li stracci de l'opera che mal per te si fé.
O Roboàm, già non par che minacci quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento come Almeon a sua madre fé caro parer lo sventurato addornamento.
Mostrava come i figli si gittaro sovra Sennacherìb dentro dal tempio, e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Mostrava la ruina e 'l crudo scempio che fé Tamiri, quando disse a Ciro: «Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».
Mostrava come in rotta si fuggiro li Assiri, poi che fu morto Oloferne, e anche le reliquie del martiro.
Vedeva Troia in cenere e in caverne; o Ilión, come te basso e vile mostrava il segno che lì si discerne! Qual di pennel fu maestro o di stile che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi mirar farieno uno ingegno sottile? Morti li morti e i vivi parean vivi: non vide mei di me chi vide il vero, quant'io calcai, fin che chinato givi.
Or superbite, e via col viso altero, figliuoli d'Eva, e non chinate il volto sì che veggiate il vostro mal sentero! Più era già per noi del monte vòlto e del cammin del sole assai più speso che non stimava l'animo non sciolto, quando colui che sempre innanzi atteso andava, cominciò: «Drizza la testa; non è più tempo di gir sì sospeso.
Vedi colà un angel che s'appresta per venir verso noi; vedi che torna dal servigio del dì l'ancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti addorna, sì che i diletti lo 'nviarci in suso; pensa che questo dì mai non raggiorna!».
Io era ben del suo ammonir uso pur di non perder tempo, sì che 'n quella materia non potea parlarmi chiuso.
A noi venìa la creatura bella, biancovestito e ne la faccia quale par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse l'ale; disse: «Venite: qui son presso i gradi, e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi: o gente umana, per volar sù nata, perché a poco vento così cadi?».
Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batté l'ali per la fronte; poi mi promise sicura l'andata.
Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte, si rompe del montar l'ardita foga per le scalee che si fero ad etade ch'era sicuro il quaderno e la doga; così s'allenta la ripa che cade quivi ben ratta da l'altro girone; ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
Noi volgendo ivi le nostre persone, 'Beati pauperes spiritu!' voci cantaron sì, che nol diria sermone.
Ahi quanto son diverse quelle foci da l'


Paradiso (Italian)

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 LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PARADISO



Paradiso: Canto I

 La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte pi? e meno altrove.
Nel ciel che pi? de la sua luce prende fu' io, e vidi cose che ridire n? sa n? pu? chi di l? s? discende; perch? appressando s? al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non pu? ire.
Veramente quant'io del regno santo ne la mia mente potei far tesoro, sar? ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l'ultimo lavoro fammi del tuo valor s? fatto vaso, come dimandi a dar l'amato alloro.
Infino a qui l'un giogo di Parnaso assai mi fu; ma or con amendue m'? uopo intrar ne l'aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue s? come quando Marsia traesti de la vagina de le membra sue.
O divina virt?, se mi ti presti tanto che l'ombra del beato regno segnata nel mio capo io manifesti, vedra'mi al pi? del tuo diletto legno venire, e coronarmi de le foglie che la materia e tu mi farai degno.
S? rade volte, padre, se ne coglie per triunfare o cesare o poeta, colpa e vergogna de l'umane voglie, che parturir letizia in su la lieta delfica deit? dovria la fronda peneia, quando alcun di s? asseta.
Poca favilla gran fiamma seconda: forse di retro a me con miglior voci si pregher? perch? Cirra risponda.
Surge ai mortali per diverse foci la lucerna del mondo; ma da quella che quattro cerchi giugne con tre croci, con miglior corso e con migliore stella esce congiunta, e la mondana cera pi? a suo modo tempera e suggella.
Fatto avea di l? mane e di qua sera tal foce, e quasi tutto era l? bianco quello emisperio, e l'altra parte nera, quando Beatrice in sul sinistro fianco vidi rivolta e riguardar nel sole: aquila s? non li s'affisse unquanco.
E s? come secondo raggio suole uscir del primo e risalire in suso, pur come pelegrin che tornar vuole, cos? de l'atto suo, per li occhi infuso ne l'imagine mia, il mio si fece, e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.
Molto ? licito l?, che qui non lece a le nostre virt?, merc? del loco fatto per proprio de l'umana spece.
Io nol soffersi molto, n? s? poco, ch'io nol vedessi sfavillar dintorno, com'ferro che bogliente esce del foco; e di s?bito parve giorno a giorno essere aggiunto, come quei che puote avesse il ciel d'un altro sole addorno.
Beatrice tutta ne l'etterne rote fissa con li occhi stava; e io in lei le luci fissi, di l? s? rimote.
Nel suo aspetto tal dentro mi fei, qual si f? Glauco nel gustar de l'erba che 'l f? consorto in mar de li altri d?i.
Trasumanar significar per verba non si poria; per? l'essemplo basti a cui esperienza grazia serba.
S'i' era sol di me quel che creasti novellamente, amor che 'l ciel governi, tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.
Quando la rota che tu sempiterni desiderato, a s? mi fece atteso con l'armonia che temperi e discerni, parvemi tanto allor del cielo acceso de la fiamma del sol, che pioggia o fiume lago non fece alcun tanto disteso.
La novit? del suono e 'l grande lume di lor cagion m'accesero un disio mai non sentito di cotanto acume.
Ond'ella, che vedea me s? com'io, a quietarmi l'animo commosso, pria ch'io a dimandar, la bocca aprio, e cominci?: «Tu stesso ti fai grosso col falso imaginar, s? che non vedi ci? che vedresti se l'avessi scosso.
Tu non se' in terra, s? come tu credi; ma folgore, fuggendo il proprio sito, non corse come tu ch'ad esso riedi».
S'io fui del primo dubbio disvestito per le sorrise parolette brevi, dentro ad un nuovo pi? fu' inretito, e dissi: «Gi? contento requievi di grande ammirazion; ma ora ammiro com'io trascenda questi corpi levi».
Ond'ella, appresso d'un pio sospiro, li occhi drizz? ver' me con quel sembiante che madre fa sovra figlio deliro, e cominci?: «Le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e questo ? forma che l'universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l'alte creature l'orma de l'etterno valore, il qual ? fine al quale ? fatta la toccata norma.
Ne l'ordine ch'io dico sono accline tutte nature, per diverse sorti, pi? al principio loro e men vicine; onde si muovono a diversi porti per lo gran mar de l'essere, e ciascuna con istinto a lei dato che la porti.
Questi ne porta il foco inver' la luna; questi ne' cor mortali ? permotore; questi la terra in s? stringe e aduna; n? pur le creature che son fore d'intelligenza quest'arco saetta ma quelle c'hanno intelletto e amore.
La provedenza, che cotanto assetta, del suo lume fa 'l ciel sempre quieto nel qual si volge quel c'ha maggior fretta; e ora l?, come a sito decreto, cen porta la virt? di quella corda che ci? che scocca drizza in segno lieto.
Vero ? che, come forma non s'accorda molte fiate a l'intenzion de l'arte, perch'a risponder la materia ? sorda, cos? da questo corso si diparte talor la creatura, c'ha podere di piegar, cos? pinta, in altra parte; e s? come veder si pu? cadere foco di nube, s? l'impeto primo l'atterra torto da falso piacere.
Non dei pi? ammirar, se bene stimo, lo tuo salir, se non come d'un rivo se d'alto monte scende giuso ad imo.
Maraviglia sarebbe in te se, privo d'impedimento, gi? ti fossi assiso, com'a terra quiete in foco vivo».
Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.
Paradiso: Canto II O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d'ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca, tornate a riveder li vostri liti: non vi mettete in pelago, ch? forse, perdendo me, rimarreste smarriti.
L'acqua ch'io prendo gi? mai non si corse; Minerva spira, e conducemi Appollo, e nove Muse mi dimostran l'Orse.
Voialtri pochi che drizzaste il collo per tempo al pan de li angeli, del quale vivesi qui ma non sen vien satollo, metter potete ben per l'alto sale vostro navigio, servando mio solco dinanzi a l'acqua che ritorna equale.
Que' gloriosi che passaro al Colco non s'ammiraron come voi farete, quando Ias?n vider fatto bifolco.
La concreata e perpetua sete del deiforme regno cen portava veloci quasi come 'l ciel vedete.
Beatrice in suso, e io in lei guardava; e forse in tanto in quanto un quadrel posa e vola e da la noce si dischiava, giunto mi vidi ove mirabil cosa mi torse il viso a s?; e per? quella cui non potea mia cura essere ascosa, volta ver' me, s? lieta come bella, «Drizza la mente in Dio grata», mi disse, «che n'ha congiunti con la prima stella».
Parev'a me che nube ne coprisse lucida, spessa, solida e pulita, quasi adamante che lo sol ferisse.
Per entro s? l'etterna margarita ne ricevette, com'acqua recepe raggio di luce permanendo unita.
S'io era corpo, e qui non si concepe com'una dimensione altra patio, ch'esser convien se corpo in corpo repe, accender ne dovr?a pi? il disio di veder quella essenza in che si vede come nostra natura e Dio s'unio.
L? si vedr? ci? che tenem per fede, non dimostrato, ma fia per s? noto a guisa del ver primo che l'uom crede.
Io rispuosi: «Madonna, s? devoto com'esser posso pi?, ringrazio lui lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.
Ma ditemi: che son li segni bui di questo corpo, che l? giuso in terra fan di Cain favoleggiare altrui?».
Ella sorrise alquanto, e poi «S'elli erra l'oppinion», mi disse, «d'i mortali dove chiave di senso non diserra, certo non ti dovrien punger li strali d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi vedi che la ragione ha corte l'ali.
Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
E io: «Ci? che n'appar qua s? diverso credo che fanno i corpi rari e densi».
Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso nel falso il creder tuo, se bene ascolti l'argomentar ch'io li far? avverso.
La spera ottava vi dimostra molti lumi, li quali e nel quale e nel quanto notar si posson di diversi volti.
Se raro e denso ci? facesser tanto, una sola virt? sarebbe in tutti, pi? e men distributa e altrettanto.
Virt? diverse esser convegnon frutti di princ?pi formali, e quei, for ch'uno, seguiter?eno a tua ragion distrutti.
Ancor, se raro fosse di quel bruno cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte fora di sua materia s? digiuno esto pianeto, o, s? come comparte lo grasso e 'l magro un corpo, cos? questo nel suo volume cangerebbe carte.
Se 'l primo fosse, fora manifesto ne l'eclissi del sol per trasparere lo lume come in altro raro ingesto.
Questo non ?: per? ? da vedere de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi, falsificato fia lo tuo parere.
S'elli ? che questo raro non trapassi, esser conviene un termine da onde lo suo contrario pi? passar non lassi; e indi l'altrui raggio si rifonde cos? come color torna per vetro lo qual di retro a s? piombo nasconde.
Or dirai tu ch'el si dimostra tetro ivi lo raggio pi? che in altre parti, per esser l? refratto pi? a retro.
Da questa instanza pu? deliberarti esperienza, se gi? mai la provi, ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti.
Tre specchi prenderai; e i due rimovi da te d'un modo, e l'altro, pi? rimosso, tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso ti stea un lume che i tre specchi accenda e torni a te da tutti ripercosso.
Ben che nel quanto tanto non si stenda la vista pi? lontana, l? vedrai come convien ch'igualmente risplenda.
Or, come ai colpi de li caldi rai de la neve riman nudo il suggetto e dal colore e dal freddo primai, cos? rimaso te ne l'intelletto voglio informar di luce s? vivace, che ti tremoler? nel suo aspetto.
Dentro dal ciel de la divina pace si gira un corpo ne la cui virtute l'esser di tutto suo contento giace.
Lo ciel seguente, c'ha tante vedute, quell'esser parte per diverse essenze, da lui distratte e da lui contenute.
Li altri giron per varie differenze le distinzion che dentro da s? hanno dispongono a lor fini e lor semenze.
Questi organi del mondo cos? vanno, come tu vedi omai, di grado in grado, che di s? prendono e di sotto fanno.
Riguarda bene omai s? com'io vado per questo loco al vero che disiri, s? che poi sappi sol tener lo guado.
Lo moto e la virt? d'i santi giri, come dal fabbro l'arte del martello, da' beati motor convien che spiri; e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello, de la mente profonda che lui volve prende l'image e fassene suggello.
E come l'alma dentro a vostra polve per differenti membra e conformate a diverse potenze si risolve, cos? l'intelligenza sua bontate multiplicata per le stelle spiega, girando s? sovra sua unitate.
Virt? diversa fa diversa lega col prezioso corpo ch'ella avviva, nel qual, s? come vita in voi, si lega.
Per la natura lieta onde deriva, la virt? mista per lo corpo luce come letizia per pupilla viva.
Da essa vien ci? che da luce a luce par differente, non da denso e raro; essa ? formal principio che produce, conforme a sua bont?, lo turbo e 'l chiaro».
Paradiso: Canto III Quel sol che pria d'amor mi scald? 'l petto, di bella verit? m'avea scoverto, provando e riprovando, il dolce aspetto; e io, per confessar corretto e certo me stesso, tanto quanto si convenne leva' il capo a proferer pi? erto; ma visione apparve che ritenne a s? me tanto stretto, per vedersi, che di mia confession non mi sovvenne.
Quali per vetri trasparenti e tersi, o ver per acque nitide e tranquille, non s? profonde che i fondi sien persi, tornan d'i nostri visi le postille debili s?, che perla in bianca fronte non vien men forte a le nostre pupille; tali vid'io pi? facce a parlar pronte; per ch'io dentro a l'error contrario corsi a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.
S?bito s? com'io di lor m'accorsi, quelle stimando specchiati sembianti, per veder di cui fosser, li occhi torsi; e nulla vidi, e ritorsili avanti dritti nel lume de la dolce guida, che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
«Non ti maravigliar perch'io sorrida», mi disse, «appresso il tuo pueril coto, poi sopra 'l vero ancor lo pi? non fida, ma te rivolve, come suole, a v?to: vere sustanze son ci? che tu vedi, qui rilegate per manco di voto.
Per? parla con esse e odi e credi; ch? la verace luce che li appaga da s? non lascia lor torcer li piedi».
E io a l'ombra che parea pi? vaga di ragionar, drizza'mi, e cominciai, quasi com'uom cui troppa voglia smaga: «O ben creato spirito, che a' rai di vita etterna la dolcezza senti che, non gustata, non s'intende mai, grazioso mi fia se mi contenti del nome tuo e de la vostra sorte».
Ond'ella, pronta e con occhi ridenti: «La nostra carit? non serra porte a giusta voglia, se non come quella che vuol simile a s? tutta sua corte.
I' fui nel mondo vergine sorella; e se la mente tua ben s? riguarda, non mi ti celer? l'esser pi? bella, ma riconoscerai ch'i' son Piccarda, che, posta qui con questi altri beati, beata sono in la spera pi? tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati son nel piacer de lo Spirito Santo, letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par gi? cotanto, per? n'? data, perch? fuor negletti li nostri voti, e v?ti in alcun canto».
Ond'io a lei: «Ne' mirabili aspetti vostri risplende non so che divino che vi trasmuta da' primi concetti: per? non fui a rimembrar festino; ma or m'aiuta ci? che tu mi dici, s? che raffigurar m'? pi? latino.
Ma dimmi: voi che siete qui felici, disiderate voi pi? alto loco per pi? vedere e per pi? farvi amici?».
Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco; da indi mi rispuose tanto lieta, ch'arder parea d'amor nel primo foco: «Frate, la nostra volont? quieta virt? di carit?, che fa volerne sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.
Se disiassimo esser pi? superne, foran discordi li nostri disiri dal voler di colui che qui ne cerne; che vedrai non capere in questi giri, s'essere in carit? ? qui necesse, e se la sua natura ben rimiri.
Anzi ? formale ad esto beato esse tenersi dentro a la divina voglia, per ch'una fansi nostre voglie stesse; s? che, come noi sem di soglia in soglia per questo regno, a tutto il regno piace com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.
E 'n la sua volontade ? nostra pace: ell'? quel mare al qual tutto si move ci? ch'ella cria o che natura face».
Chiaro mi fu allor come ogne dove in cielo ? paradiso, etsi la grazia del sommo ben d'un modo non vi piove.
Ma s? com'elli avvien, s'un cibo sazia e d'un altro rimane ancor la gola, che quel si chere e di quel si ringrazia, cos? fec'io con atto e con parola, per apprender da lei qual fu la tela onde non trasse infino a co la spuola.
«Perfetta vita e alto merto inciela donna pi? s?», mi disse, «a la cui norma nel vostro mondo gi? si veste e vela, perch? fino al morir si vegghi e dorma con quello sposo ch'ogne voto accetta che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi e promisi la via de la sua setta.
Uomini poi, a mal pi? ch'a bene usi, fuor mi rapiron de la dolce chiostra: Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
E quest'altro splendor che ti si mostra da la mia destra parte e che s'accende di tutto il lume de la spera nostra, ci? ch'io dico di me, di s? intende; sorella fu, e cos? le fu tolta di capo l'ombra de le sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta contra suo grado e contra buona usanza, non fu dal vel del cor gi? mai disciolta.
Quest'? la luce de la gran Costanza che del secondo vento di Soave gener? 'l terzo e l'ultima possanza».
Cos? parlommi, e poi cominci? 'Ave, Maria' cantando, e cantando vanio come per acqua cupa cosa grave.
La vista mia, che tanto lei seguio quanto possibil fu, poi che la perse, volsesi al segno di maggior disio, e a Beatrice tutta si converse; ma quella folgor? nel mio sguardo s? che da prima il viso non sofferse; e ci? mi fece a dimandar pi? tardo.
Paradiso: Canto IV Intra due cibi, distanti e moventi d'un modo, prima si morria di fame, che liber'omo l'un recasse ai denti; s? si starebbe un agno intra due brame di fieri lupi, igualmente temendo; s? si starebbe un cane intra due dame: per che, s'i' mi tacea, me non riprendo, da li miei dubbi d'un modo sospinto, poi ch'era necessario, n? commendo.
Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto m'era nel viso, e 'l dimandar con ello, pi? caldo assai che per parlar distinto.
F? s? Beatrice qual f? Daniello, Nabuccodonosor levando d'ira, che l'avea fatto ingiustamente fello; e disse: «Io veggio ben come ti tira uno e altro disio, s? che tua cura s? stessa lega s? che fuor non spira.
Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura, la violenza altrui per qual ragione di meritar mi scema la misura?".
Ancor di dubitar ti d? cagione parer tornarsi l'anime a le stelle, secondo la sentenza di Platone.
Queste son le question che nel tuo velle pontano igualmente; e per? pria tratter? quella che pi? ha di felle.
D'i Serafin colui che pi? s'india, Mois?, Samuel, e quel Giovanni che prender vuoli, io dico, non Maria, non hanno in altro cielo i loro scanni che questi spirti che mo t'appariro, n? hanno a l'esser lor pi? o meno anni; ma tutti fanno bello il primo giro, e differentemente han dolce vita per sentir pi? e men l'etterno spiro.
Qui si mostraro, non perch? sortita sia questa spera lor, ma per far segno de la celestial c'ha men salita.
Cos? parlar conviensi al vostro ingegno, per? che solo da sensato apprende ci? che fa poscia d'intelletto degno.
Per questo la Scrittura condescende a vostra facultate, e piedi e mano attribuisce a Dio, e altro intende; e Santa Chiesa con aspetto umano Gabriel e Michel vi rappresenta, e l'altro che Tobia rifece sano.
Quel che Timeo de l'anime argomenta non ? simile a ci? che qui si vede, per? che, come dice, par che senta.
Dice che l'alma a la sua stella riede, credendo quella quindi esser decisa quando natura per forma la diede; e forse sua sentenza ? d'altra guisa che la voce non suona, ed esser puote con intenzion da non esser derisa.
S'elli intende tornare a queste ruote l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse in alcun vero suo arco percuote.
Questo principio, male inteso, torse gi? tutto il mondo quasi, s? che Giove, Mercurio e Marte a nominar trascorse.
L'altra dubitazion che ti commove ha men velen, per? che sua malizia non ti poria menar da me altrove.
Parere ingiusta la nostra giustizia ne li occhi d'i mortali, ? argomento di fede e non d'eretica nequizia.
Ma perch? puote vostro accorgimento ben penetrare a questa veritate, come disiri, ti far? contento.
Se violenza ? quando quel che pate niente conferisce a quel che sforza, non fuor quest'alme per essa scusate; ch? volont?, se non vuol, non s'ammorza, ma fa come natura face in foco, se mille volte violenza il torza.
Per che, s'ella si piega assai o poco, segue la forza; e cos? queste fero possendo rifuggir nel santo loco.
Se fosse stato lor volere intero, come tenne Lorenzo in su la grada, e fece Muzio a la sua man severo, cos? l'avria ripinte per la strada ond'eran tratte, come fuoro sciolte; ma cos? salda voglia ? troppo rada.
E per queste parole, se ricolte l'hai come dei, ? l'argomento casso che t'avria fatto noia ancor pi? volte.
Ma or ti s'attraversa un altro passo dinanzi a li occhi, tal che per te stesso non usciresti: pria saresti lasso.
Io t'ho per certo ne la mente messo ch'alma beata non poria mentire, per? ch'? sempre al primo vero appresso; e poi potesti da Piccarda udire che l'affezion del vel Costanza tenne; s? ch'ella par qui meco contradire.
Molte fiate gi?, frate, addivenne che, per fuggir periglio, contra grato si f? di quel che far non si convenne; come Almeone, che, di ci? pregato dal padre suo, la propria madre spense, per non perder piet?, si f? spietato.
A questo punto voglio che tu pense che la forza al voler si mischia, e fanno s? che scusar non si posson l'offense.
Voglia assoluta non consente al danno; ma consentevi in tanto in quanto teme, se si ritrae, cadere in pi? affanno.
Per?, quando Piccarda quello spreme, de la voglia assoluta intende, e io de l'altra; s? che ver diciamo insieme».
Cotal fu l'ondeggiar del santo rio ch'usc? del fonte ond'ogne ver deriva; tal puose in pace uno e altro disio.
«O amanza del primo amante, o diva», diss'io appresso, «il cui parlar m'inonda e scalda s?, che pi? e pi? m'avviva, non ? l'affezion mia tanto profonda, che basti a render voi grazia per grazia; ma quei che vede e puote a ci? risponda.
Io veggio ben che gi? mai non si sazia nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso, come fera in lustra, tosto che giunto l'ha; e giugner puollo: se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo, a pi? del vero il dubbio; ed ? natura ch'al sommo pinge noi di collo in collo.
Questo m'invita, questo m'assicura con reverenza, donna, a dimandarvi d'un'altra verit? che m'? oscura.
Io vo' saper se l'uom pu? sodisfarvi ai voti manchi s? con altri beni, ch'a la vostra statera non sien parvi».
Beatrice mi guard? con li occhi pieni di faville d'amor cos? divini, che, vinta, mia virtute di? le reni, e quasi mi perdei con li occhi chini.
Paradiso: Canto V «S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore di l? dal modo che 'n terra si vede, s? che del viso tuo vinco il valore, non ti maravigliar; ch? ci? procede da perfetto veder, che, come apprende, cos? nel bene appreso move il piede.
Io veggio ben s? come gi? resplende ne l'intelletto tuo l'etterna luce, che, vista, sola e sempre amore accende; e s'altra cosa vostro amor seduce, non ? se non di quella alcun vestigio, mal conosciuto, che quivi traluce.
Tu vuo' saper se con altro servigio, per manco voto, si pu? render tanto che l'anima sicuri di letigio».
S? cominci? Beatrice questo canto; e s? com'uom che suo parlar non spezza, continu? cos? 'l processo santo: «Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, e a la sua bontate pi? conformato, e quel ch'e' pi? apprezza, fu de la volont? la libertate; di che le creature intelligenti, e tutte e sole, fuoro e son dotate.
Or ti parr?, se tu quinci argomenti, l'alto valor del voto, s'? s? fatto che Dio consenta quando tu consenti; ch?, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto, vittima fassi di questo tesoro, tal quale io dico; e fassi col suo atto.
Dunque che render puossi per ristoro? Se credi bene usar quel c'hai offerto, di maltolletto vuo' far buon lavoro.
Tu se' omai del maggior punto certo; ma perch? Santa Chiesa in ci? dispensa, che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto, convienti ancor sedere un poco a mensa, per? che 'l cibo rigido c'hai preso, richiede ancora aiuto a tua dispensa.
Apri la mente a quel ch'io ti paleso e fermalvi entro; ch? non fa scienza, sanza lo ritenere, avere inteso.
Due cose si convegnono a l'essenza di questo sacrificio: l'una ? quella di che si fa; l'altr'? la convenenza.
Quest'ultima gi? mai non si cancella se non servata; e intorno di lei s? preciso di sopra si favella: per? necessitato fu a li Ebrei pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta s? permutasse, come saver dei.
L'altra, che per materia t'? aperta, puote ben esser tal, che non si falla se con altra materia si converta.
Ma non trasmuti carco a la sua spalla per suo arbitrio alcun, sanza la volta e de la chiave bianca e de la gialla; e ogne permutanza credi stolta, se la cosa dimessa in la sorpresa come 'l quattro nel sei non ? raccolta.
Per? qualunque cosa tanto pesa per suo valor che tragga ogne bilancia, sodisfar non si pu? con altra spesa.
Non prendan li mortali il voto a ciancia; siate fedeli, e a ci? far non bieci, come Iept? a la sua prima mancia; cui pi? si convenia dicer 'Mal feci', che, servando, far peggio; e cos? stolto ritrovar puoi il gran duca de' Greci, onde pianse Efig?nia il suo bel volto, e f? pianger di s? i folli e i savi ch'udir parlar di cos? fatto c?lto.
Siate, Cristiani, a muovervi pi? gravi: non siate come penna ad ogne vento, e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.
Avete il novo e 'l vecchio Testamento, e 'l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento.
Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, s? che 'l Giudeo di voi tra voi non rida! Non fate com'agnel che lascia il latte de la sua madre, e semplice e lascivo seco medesmo a suo piacer combatte!».
Cos? Beatrice a me com'io scrivo; poi si rivolse tutta disiante a quella parte ove 'l mondo ? pi? vivo.
Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante puoser silenzio al mio cupido ingegno, che gi? nuove questioni avea davante; e s? come saetta che nel segno percuote pria che sia la corda queta, cos? corremmo nel secondo regno.
Quivi la donna mia vid'io s? lieta, come nel lume di quel ciel si mise, che pi? lucente se ne f? 'l pianeta.
E se la stella si cambi? e rise, qual mi fec'io che pur da mia natura trasmutabile son per tutte guise! Come 'n peschiera ch'? tranquilla e pura traggonsi i pesci a ci? che vien di fori per modo che lo stimin lor pastura, s? vid'io ben pi? di mille splendori trarsi ver' noi, e in ciascun s'ud?a: «Ecco chi crescer? li nostri amori».
E s? come ciascuno a noi ven?a, vedeasi l'ombra piena di letizia nel folg?r chiaro che di lei uscia.
Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia non procedesse, come tu avresti di pi? savere angosciosa carizia; e per te vederai come da questi m'era in disio d'udir lor condizioni, s? come a li occhi mi fur manifesti.
«O bene nato a cui veder li troni del triunfo etternal concede grazia prima che la milizia s'abbandoni, del lume che per tutto il ciel si spazia noi semo accesi; e per?, se disii di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
Cos? da un di quelli spirti pii detto mi fu; e da Beatrice: «D?, d? sicuramente, e credi come a dii».
«Io veggio ben s? come tu t'annidi nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, perch'e' corusca s? come tu ridi; ma non so chi tu se', n? perch? aggi, anima degna, il grado de la spera che si vela a' mortai con altrui raggi».
Questo diss'io diritto alla lumera che pria m'avea parlato; ond'ella fessi lucente pi? assai di quel ch'ell'era.
S? come il sol che si cela elli stessi per troppa luce, come 'l caldo ha r?se le temperanze d'i vapori spessi, per pi? letizia s? mi si nascose dentro al suo raggio la figura santa; e cos? chiusa chiusa mi rispuose nel modo che 'l seguente canto canta.
Paradiso: Canto VI «Poscia che Costantin l'aquila volse contr'al corso del ciel, ch'ella seguio dietro a l'antico che Lavina tolse, cento e cent'anni e pi? l'uccel di Dio ne lo stremo d'Europa si ritenne, vicino a' monti de' quai prima usc?o; e sotto l'ombra de le sacre penne govern? 'l mondo l? di mano in mano, e, s? cangiando, in su la mia pervenne.
Cesare fui e son Iustiniano, che, per voler del primo amor ch'i' sento, d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.
E prima ch'io a l'ovra fossi attento, una natura in Cristo esser, non pi?e, credea, e di tal fede era contento; ma 'l benedetto Agapito, che fue sommo pastore, a la fede sincera mi dirizz? con le parole sue.
Io li credetti; e ci? che 'n sua fede era, vegg'io or chiaro s?, come tu vedi ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, a Dio per grazia piacque di spirarmi l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi; e al mio Belisar commendai l'armi, cui la destra del ciel fu s? congiunta, che segno fu ch'i' dovessi posarmi.
Or qui a la question prima s'appunta la mia risposta; ma sua condizione mi stringe a seguitare alcuna giunta, perch? tu veggi con quanta ragione si move contr'al sacrosanto segno e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.
Vedi quanta virt? l'ha fatto degno di reverenza; e cominci? da l'ora che Pallante mor? per darli regno.
Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora per trecento anni e oltre, infino al fine che i tre a' tre pugnar per lui ancora.
E sai ch'el f? dal mal de le Sabine al dolor di Lucrezia in sette regi, vincendo intorno le genti vicine.
Sai quel ch'el f? portato da li egregi Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, incontro a li altri principi e collegi; onde Torquato e Quinzio, che dal cirro negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi ebber la fama che volontier mirro.
Esso atterr? l'orgoglio de li Ar?bi che di retro ad Annibale passaro l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott'esso giovanetti triunfaro Scipione e Pompeo; e a quel colle sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle redur lo mondo a suo modo sereno, Cesare per voler di Roma il tolle.
E quel che f? da Varo infino a Reno, Isara vide ed Era e vide Senna e ogne valle onde Rodano ? pieno.
Quel che f? poi ch'elli usc? di Ravenna e salt? Rubicon, fu di tal volo, che nol seguiteria lingua n? penna.
Inver' la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse s? ch'al Nil caldo si sent? del duolo.
Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e l? dov'Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba.
Di quel che f? col baiulo seguente, Bruto con Cassio ne l'inferno latra, e Modena e Perugia fu dolente.
Piangene ancor la trista Cleopatra, che, fuggendoli innanzi, dal colubro la morte prese subitana e atra.
Con costui corse infino al lito rubro; con costui puose il mondo in tanta pace, che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ci? che 'l segno che parlar mi face fatto avea prima e poi era fatturo per lo regno mortal ch'a lui soggiace, diventa in apparenza poco e scuro, se in mano al terzo Cesare si mira con occhio chiaro e con affetto puro; ch? la viva giustizia che mi spira, li concedette, in mano a quel ch'i' dico, gloria di far vendetta a la sua ira.
Or qui t'ammira in ci? ch'io ti repl?co: poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, sotto le sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Omai puoi giudicar di quei cotali ch'io accusai di sopra e di lor falli, che son cagion di tutti vostri mali.
L'uno al pubblico segno i gigli gialli oppone, e l'altro appropria quello a parte, s? ch'? forte a veder chi pi? si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott'altro segno; ch? mal segue quello sempre chi la giustizia e lui diparte; e non l'abbatta esto Carlo novello coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli ch'a pi? alto leon trasser lo vello.
Molte fiate gi? pianser li figli per la colpa del padre, e non si creda che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli! Questa picciola stella si correda di buoni spirti che son stati attivi perch? onore e fama li succeda: e quando li disiri poggian quivi, s? disviando, pur convien che i raggi del vero amore in s? poggin men vivi.
Ma nel commensurar d'i nostri gaggi col merto ? parte di nostra letizia, perch? non li vedem minor n? maggi.
Quindi addolcisce la viva giustizia in noi l'affetto s?, che non si puote torcer gi? mai ad alcuna nequizia.
Diverse voci fanno dolci note; cos? diversi scanni in nostra vita rendon dolce armonia tra queste rote.
E dentro a la presente margarita luce la luce di Romeo, di cui fu l'ovra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzai che fecer contra lui non hanno riso; e per? mal cammina qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, Ramondo Beringhiere, e ci? li fece Romeo, persona um?le e peregrina.
E poi il mosser le parole biece a dimandar ragione a questo giusto, che li assegn? sette e cinque per diece, indi partissi povero e vetusto; e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto, assai lo loda, e pi? lo loderebbe».
Paradiso: Canto VII «Osanna, sanctus Deus saba?th, superillustrans claritate tua felices ignes horum malac?th!».
Cos?, volgendosi a la nota sua, fu viso a me cantare essa sustanza, sopra la qual doppio lume s'addua: ed essa e l'altre mossero a sua danza, e quasi velocissime faville, mi si velar di s?bita distanza.
Io dubitava e dicea 'Dille, dille!' fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna che mi diseta con le dolci stille'.
Ma quella reverenza che s'indonna di tutto me, pur per Be e per ice, mi richinava come l'uom ch'assonna.
Poco sofferse me cotal Beatrice e cominci?, raggiandomi d'un riso tal, che nel foco faria l'uom felice: «Secondo mio infallibile avviso, come giusta vendetta giustamente punita fosse, t'ha in pensier miso; ma io ti solver? tosto la mente; e tu ascolta, ch? le mie parole di gran sentenza ti faran presente.
Per non soffrire a la virt? che vole freno a suo prode, quell'uom che non nacque, dannando s?, dann? tutta sua prole; onde l'umana specie inferma giacque gi? per secoli molti in grande errore, fin ch'al Verbo di Dio discender piacque u' la natura, che dal suo fattore s'era allungata, un? a s? in persona con l'atto sol del suo etterno amore.
Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona: questa natura al suo fattore unita, qual fu creata, fu sincera e buona; ma per s? stessa pur fu ella sbandita di paradiso, per? che si torse da via di verit? e da sua vita.
La pena dunque che la croce porse s'a la natura assunta si misura, nulla gi? mai s? giustamente morse; e cos? nulla fu di tanta ingiura, guardando a la persona che sofferse, in che era contratta tal natura.
Per? d'un atto uscir cose diverse: ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte; per lei trem? la terra e 'l ciel s'aperse.
Non ti dee oramai parer pi? forte, quando si dice che giusta vendetta poscia vengiata fu da giusta corte.
Ma io veggi' or la tua mente ristretta di pensiero in pensier dentro ad un nodo, del qual con gran disio solver s'aspetta.
Tu dici: "Ben discerno ci? ch'i' odo; ma perch? Dio volesse, m'? occulto, a nostra redenzion pur questo modo".
Questo decreto, frate, sta sepulto a li occhi di ciascuno il cui ingegno ne la fiamma d'amor non ? adulto.
Veramente, per? ch'a questo segno molto si mira e poco si discerne, dir? perch? tal modo fu pi? degno.
La divina bont?, che da s? sperne ogne livore, ardendo in s?, sfavilla s? che dispiega le bellezze etterne.
Ci? che da lei sanza mezzo distilla non ha poi fine, perch? non si move la sua imprenta quand'ella sigilla.
Ci? che da essa sanza mezzo piove libero ? tutto, perch? non soggiace a la virtute de le cose nove.
Pi? l'? conforme, e per? pi? le piace; ch? l'ardor santo ch'ogne cosa raggia, ne la pi? somigliante ? pi? vivace.
Di tutte queste dote s'avvantaggia l'umana creatura; e s'una manca, di sua nobilit? convien che caggia.
Solo il peccato ? quel che la disfranca e falla diss?mile al sommo bene, per che del lume suo poco s'imbianca; e in sua dignit? mai non rivene, se non riempie, dove colpa v?ta, contra mal dilettar con giuste pene.
Vostra natura, quando pecc? tota nel seme suo, da queste dignitadi, come di paradiso, fu remota; n? ricovrar potiensi, se tu badi ben sottilmente, per alcuna via, sanza passar per un di questi guadi: o che Dio solo per sua cortesia dimesso avesse, o che l'uom per s? isso avesse sodisfatto a sua follia.
Ficca mo l'occhio per entro l'abisso de l'etterno consiglio, quanto puoi al mio parlar distrettamente fisso.
Non potea l'uomo ne' termini suoi mai sodisfar, per non potere ir giuso con umiltate obediendo poi, quanto disobediendo intese ir suso; e questa ? la cagion per che l'uom fue da poter sodisfar per s? dischiuso.
Dunque a Dio convenia con le vie sue riparar l'omo a sua intera vita, dico con l'una, o ver con amendue.
Ma perch? l'ovra tanto ? pi? gradita da l'operante, quanto pi? appresenta de la bont? del core ond'ell'? uscita, la divina bont? che 'l mondo imprenta, di proceder per tutte le sue vie, a rilevarvi suso, fu contenta.
N? tra l'ultima notte e 'l primo die s? alto o s? magnifico processo, o per l'una o per l'altra, fu o fie: ch? pi? largo fu Dio a dar s? stesso per far l'uom sufficiente a rilevarsi, che s'elli avesse sol da s? dimesso; e tutti li altri modi erano scarsi a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio non fosse umiliato ad incarnarsi.
Or per empierti bene ogni disio, ritorno a dichiararti in alcun loco, perch? tu veggi l? cos? com'io.
Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco, l'aere e la terra e tutte lor misture venire a corruzione, e durar poco; e queste cose pur furon creature; per che, se ci? ch'? detto ? stato vero, esser dovrien da corruzion sicure".
Li angeli, frate, e 'l paese sincero nel qual tu se', dir si posson creati, s? come sono, in loro essere intero; ma li elementi che tu hai nomati e quelle cose che di lor si fanno da creata virt? sono informati.
Creata fu la materia ch'elli hanno; creata fu la virt? informante in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.
L'anima d'ogne bruto e de le piante di complession potenziata tira lo raggio e 'l moto de le luci sante; ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di s? s? che poi sempre la disira.
E quinci puoi argomentare ancora vostra resurrezion, se tu ripensi come l'umana carne fessi allora che li primi parenti intrambo fensi».
Paradiso: Canto VIII Solea creder lo mondo in suo periclo che la bella Ciprigna il folle amore raggiasse, volta nel terzo epiciclo; per che non pur a lei faceano onore di sacrificio e di votivo grido le genti antiche ne l'antico errore; ma Dione onoravano e Cupido, quella per madre sua, questo per figlio, e dicean ch'el sedette in grembo a Dido; e da costei ond'io principio piglio pigliavano il vocabol de la stella che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
Io non m'accorsi del salire in ella; ma d'esservi entro mi f? assai fede la donna mia ch'i' vidi far pi? bella.
E come in fiamma favilla si vede, e come in voce voce si discerne, quand'una ? ferma e altra va e riede, vid'io in essa luce altre lucerne muoversi in giro pi? e men correnti, al modo, credo, di lor viste interne.
Di fredda nube non disceser venti, o visibili o no, tanto festini, che non paressero impediti e lenti a chi avesse quei lumi divini veduti a noi venir, lasciando il giro pria cominciato in li alti Serafini; e dentro a quei che pi? innanzi appariro sonava 'Osanna' s?, che unque poi di riudir non fui sanza disiro.
Indi si fece l'un pi? presso a noi e solo incominci?: «Tutti sem presti al tuo piacer, perch? di noi ti gioi.
Noi ci volgiam coi principi celesti d'un giro e d'un girare e d'una sete, ai quali tu del mondo gi? dicesti: 'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete'; e sem s? pien d'amor, che, per piacerti, non fia men dolce un poco di quiete».
Poscia che li occhi miei si fuoro offerti a la mia donna reverenti, ed essa fatti li avea di s? contenti e certi, rivolsersi a la luce che promessa tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue la voce mia di grande affetto impressa.
E quanta e quale vid'io lei far pi?e per allegrezza nova che s'accrebbe, quando parlai, a l'allegrezze sue! Cos? fatta, mi disse: «Il mondo m'ebbe gi? poco tempo; e se pi? fosse stato, molto sar? di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti tien celato che mi raggia dintorno e mi nasconde quasi animal di sua seta fasciato.
Assai m'amasti, e avesti ben onde; che s'io fossi gi? stato, io ti mostrava di mio amor pi? oltre che le fronde.
Quella sinistra riva che si lava di Rodano poi ch'? misto con Sorga, per suo segnore a tempo m'aspettava, e quel corno d'Ausonia che s'imborga di Bari e di Gaeta e di Catona da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
Fulgeami gi? in fronte la corona di quella terra che 'l Danubio riga poi che le ripe tedesche abbandona.
E la bella Trinacria, che caliga tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo che riceve da Euro maggior briga, non per Tifeo ma per nascente solfo, attesi avrebbe li suoi regi ancora, nati per me di Carlo e di Ridolfo, se mala segnoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".
E se mio frate questo antivedesse, l'avara povert? di Catalogna gi? fuggeria, perch? non li offendesse; ch? veramente proveder bisogna per lui, o per altrui, s? ch'a sua barca carcata pi? d'incarco non si pogna.
La sua natura, che di larga parca discese, avria mestier di tal milizia che non curasse di mettere in arca».
«Per? ch'i' credo che l'alta letizia che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio, l? 've ogne ben si termina e s'inizia, per te si veggia come la vegg'io, grata m'? pi?; e anco quest'ho caro perch? 'l discerni rimirando in Dio.
Fatto m'hai lieto, e cos? mi fa chiaro, poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso com'esser pu?, di dolce seme, amaro».
Questo io a lui; ed elli a me: «S'io posso mostrarti un vero, a quel che tu dimandi terrai lo viso come tien lo dosso.
Lo ben che tutto il regno che tu scandi volge e contenta, fa esser virtute sua provedenza in questi corpi grandi.
E non pur le nature provedute sono in la mente ch'? da s? perfetta, ma esse insieme con la lor salute: per che quantunque quest'arco saetta disposto cade a proveduto fine, s? come cosa in suo segno diretta.
Se ci? non fosse, il ciel che tu cammine producerebbe s? li suoi effetti, che non sarebbero arti, ma ruine; e ci? esser non pu?, se li 'ntelletti che muovon queste stelle non son manchi, e manco il primo, che non li ha perfetti.
Vuo' tu che questo ver pi? ti s'imbianchi?».
E io: «Non gi?; ch? impossibil veggio che la natura, in quel ch'? uopo, stanchi».
Ond'elli ancora: «Or di': sarebbe il peggio per l'omo in terra, se non fosse cive?».
«S?», rispuos'io; «e qui ragion non cheggio».
«E puot'elli esser, se gi? non si vive diversamente per diversi offici? Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive».
S? venne deducendo infino a quici; poscia conchiuse: «Dunque esser diverse convien di vostri effetti le radici: per ch'un nasce Solone e altro Serse, altro Melchised?ch e altro quello che, volando per l'aere, il figlio perse.
La circular natura, ch'? suggello a la cera mortal, fa ben sua arte, ma non distingue l'un da l'altro ostello.
Quinci addivien ch'Esa? si diparte per seme da Iac?b; e vien Quirino da s? vil padre, che si rende a Marte.
Natura generata il suo cammino simil farebbe sempre a' generanti, se non vincesse il proveder divino.
Or quel che t'era dietro t'? davanti: ma perch? sappi che di te mi giova, un corollario voglio che t'ammanti.
Sempre natura, se fortuna trova discorde a s?, com'ogne altra semente fuor di sua region, fa mala prova.
E se 'l mondo l? gi? ponesse mente al fondamento che natura pone, seguendo lui, avria buona la gente.
Ma voi torcete a la religione tal che fia nato a cignersi la spada, e fate re di tal ch'? da sermone; onde la traccia vostra ? fuor di strada».
Paradiso: Canto IX Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, m'ebbe chiarito, mi narr? li 'nganni che ricever dovea la sua semenza; ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; s? ch'io non posso dir se non che pianto giusto verr? di retro ai vostri danni.
E gi? la vita di quel lume santo rivolta s'era al Sol che la riempie come quel ben ch'a ogne cosa ? tanto.
Ahi anime ingannate e fatture empie, che da s? fatto ben torcete i cuori, drizzando in vanit? le vostre tempie! Ed ecco un altro di quelli splendori ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi significava nel chiarir di fori.
Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi sovra me, come pria, di caro assenso al mio disio certificato fermi.
«Deh, metti al mio voler tosto compenso, beato spirto», dissi, «e fammi prova ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!».
Onde la luce che m'era ancor nova, del suo profondo, ond'ella pria cantava, seguette come a cui di ben far giova: «In quella parte de la terra prava italica che siede tra Rialto e le fontane di Brenta e di Piava, si leva un colle, e non surge molt'alto, l? onde scese gi? una facella che fece a la contrada un grande assalto.
D'una radice nacqui e io ed ella: Cunizza fui chiamata, e qui refulgo perch? mi vinse il lume d'esta stella; ma lietamente a me medesma indulgo la cagion di mia sorte, e non mi noia; che parria forse forte al vostro vulgo.
Di questa luculenta e cara gioia del nostro cielo che pi? m'? propinqua, grande fama rimase; e pria che moia, questo centesimo anno ancor s'incinqua: vedi se far si dee l'omo eccellente, s? ch'altra vita la prima relinqua.
E ci? non pensa la turba presente che Tagliamento e Adice richiude, n? per esser battuta ancor si pente; ma tosto fia che Padova al palude canger? l'acqua che Vincenza bagna, per essere al dover le genti crude; e dove Sile e Cagnan s'accompagna, tal signoreggia e va con la testa alta, che gi? per lui carpir si fa la ragna.
Pianger? Feltro ancora la difalta de l'empio suo pastor, che sar? sconcia s?, che per simil non s'entr? in malta.
Troppo sarebbe larga la bigoncia che ricevesse il sangue ferrarese, e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia, che doner? questo prete cortese per mostrarsi di parte; e cotai doni conformi fieno al viver del paese.
S? sono specchi, voi dicete Troni, onde refulge a noi Dio giudicante; s? che questi parlar ne paion buoni».
Qui si tacette; e fecemi sembiante che fosse ad altro volta, per la rota in che si mise com'era davante.
L'altra letizia, che m'era gi? nota per cara cosa, mi si fece in vista qual fin balasso in che lo sol percuota.
Per letiziar l? s? fulgor s'acquista, s? come riso qui; ma gi? s'abbuia l'ombra di fuor, come la mente ? trista.
«Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia», diss'io, «beato spirto, s? che nulla voglia di s? a te puot'esser fuia.
Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla sempre col canto di quei fuochi pii che di sei ali facen la coculla, perch? non satisface a' miei disii? Gi? non attendere' io tua dimanda, s'io m'intuassi, come tu t'inmii».
«La maggior valle in che l'acqua si spanda», incominciaro allor le sue parole, «fuor di quel mar che la terra inghirlanda, tra ' discordanti liti contra 'l sole tanto sen va, che fa meridiano l? dove l'orizzonte pria far suole.
Di quella valle fu' io litorano tra Ebro e Macra, che per cammin corto parte lo Genovese dal Toscano.
Ad un occaso quasi e ad un orto Buggea siede e la terra ond'io fui, che f? del sangue suo gi? caldo il porto.
Folco mi disse quella gente a cui fu noto il nome mio; e questo cielo di me s'imprenta, com'io fe' di lui; ch? pi? non arse la figlia di Belo, noiando e a Sicheo e a Creusa, di me, infin che si convenne al pelo; n? quella Rodopea che delusa fu da Demofoonte, n? Alcide quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
Non per? qui si pente, ma si ride, non de la colpa, ch'a mente non torna, ma del valor ch'ordin? e provide.
Qui si rimira ne l'arte ch'addorna cotanto affetto, e discernesi 'l bene per che 'l mondo di s? quel di gi? torna.
Ma perch? tutte le tue voglie piene ten porti che son nate in questa spera, proceder ancor oltre mi convene.
Tu vuo' saper chi ? in questa lumera che qui appresso me cos? scintilla, come raggio di sole in acqua mera.
Or sappi che l? entro si tranquilla Raab; e a nostr'ordine congiunta, di lei nel sommo grado si sigilla.
Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta che 'l vostro mondo face, pria ch'altr'alma del triunfo di Cristo fu assunta.
Ben si convenne lei lasciar per palma in alcun cielo de l'alta vittoria che s'acquist? con l'una e l'altra palma, perch'ella favor? la prima gloria di Iosu? in su la Terra Santa, che poco tocca al papa la memoria.
La tua citt?, che di colui ? pianta che pria volse le spalle al suo fattore e di cui ? la 'nvidia tanto pianta, produce e spande il maladetto fiore c'ha disviate le pecore e li agni, per? che fatto ha lupo del pastore.
Per questo l'Evangelio e i dottor magni son derelitti, e solo ai Decretali si studia, s? che pare a' lor vivagni.
A questo intende il papa e ' cardinali; non vanno i lor pensieri a Nazarette, l? dove Gabriello aperse l'ali.
Ma Vaticano e l'altre parti elette di Roma che son state cimitero a la milizia che Pietro seguette, tosto libere fien de l'avoltero».
Paradiso: Canto X Guardando nel suo Figlio con l'Amore che l'uno e l'altro etternalmente spira, lo primo e ineffabile Valore quanto per mente e per loco si gira con tant'ordine f?, ch'esser non puote sanza gustar di lui chi ci? rimira.
Leva dunque, lettore, a l'alte rote meco la vista, dritto a quella parte dove l'un moto e l'altro si percuote; e l? comincia a vagheggiar ne l'arte di quel maestro che dentro a s? l'ama, tanto che mai da lei l'occhio non parte.
Vedi come da indi si dirama l'oblico cerchio che i pianeti porta, per sodisfare al mondo che li chiama.
Che se la strada lor non fosse torta, molta virt? nel ciel sarebbe in vano, e quasi ogne potenza qua gi? morta; e se dal dritto pi? o men lontano fosse 'l partire, assai sarebbe manco e gi? e s? de l'ordine mondano.
Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco, dietro pensando a ci? che si preliba, s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba; ch? a s? torce tutta la mia cura quella materia ond'io son fatto scriba.
Lo ministro maggior de la natura, che del valor del ciel lo mondo imprenta e col suo lume il tempo ne misura, con quella parte che s? si rammenta congiunto, si girava per le spire in che pi? tosto ognora s'appresenta; e io era con lui; ma del salire non m'accors'io, se non com'uom s'accorge, anzi 'l primo pensier, del suo venire.
E' Beatrice quella che s? scorge di bene in meglio, s? subitamente che l'atto suo per tempo non si sporge.
Quant'esser convenia da s? lucente quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi, non per color, ma per lume parvente! Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami, s? nol direi che mai s'imaginasse; ma creder puossi e di veder si brami.
E se le fantasie nostre son basse a tanta altezza, non ? maraviglia; ch? sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.
Tal era quivi la quarta famiglia de l'alto Padre, che sempre la sazia, mostrando come spira e come figlia.
E Beatrice cominci?: «Ringrazia, ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo sensibil t'ha levato per sua grazia».
Cor di mortal non fu mai s? digesto a divozione e a rendersi a Dio con tutto 'l suo gradir cotanto presto, come a quelle parole mi fec'io; e s? tutto 'l mio amore in lui si mise, che Beatrice ecliss? ne l'oblio.
Non le dispiacque; ma s? se ne rise, che lo splendor de li occhi suoi ridenti mia mente unita in pi? cose divise.
Io vidi pi? folg?r vivi e vincenti far di noi centro e di s? far corona, pi? dolci in voce che in vista lucenti: cos? cinger la figlia di Latona vedem talvolta, quando l'aere ? pregno, s? che ritenga il fil che fa la zona.
Ne la corte del cielo, ond'io rivegno, si trovan molte gioie care e belle tanto che non si posson trar del regno; e 'l canto di quei lumi era di quelle; chi non s'impenna s? che l? s? voli, dal muto aspetti quindi le novelle.
Poi, s? cantando, quelli ardenti soli si fuor girati intorno a noi tre volte, come stelle vicine a' fermi poli, donne mi parver, non da ballo sciolte, ma che s'arrestin tacite, ascoltando fin che le nove note hanno ricolte.
E dentro a l'un senti' cominciar: «Quando lo raggio de la grazia, onde s'accende verace amore e che poi cresce amando, multiplicato in te tanto resplende, che ti conduce su per quella scala u' sanza risalir nessun discende; qual ti negasse il vin de la sua fiala per la tua sete, in libert? non fora se non com'acqua ch'al mar non si cala.
Tu vuo' saper di quai piante s'infiora questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia la bella donna ch'al ciel t'avvalora.
Io fui de li agni de la santa greggia che Domenico mena per cammino u' ben s'impingua se non si vaneggia.
Questi che m'? a destra pi? vicino, frate e maestro fummi, ed esso Alberto ? di Cologna, e io Thomas d'Aquino.
Se s? di tutti li altri esser vuo' certo, di retro al mio parlar ten vien col viso girando su per lo beato serto.
Quell'altro fiammeggiare esce del riso di Grazian, che l'uno e l'altro foro aiut? s? che piace in paradiso.
L'altro ch'appresso addorna il nostro coro, quel Pietro fu che con la poverella offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
La quinta luce, ch'? tra noi pi? bella, spira di tal amor, che tutto 'l mondo l? gi? ne gola di saper novella: entro v'? l'alta mente u' s? profondo saver fu messo, che, se 'l vero ? vero a veder tanto non surse il secondo.
Appresso vedi il lume di quel cero che gi? in carne pi? a dentro vide l'angelica natura e 'l ministero.
Ne l'altra piccioletta luce ride quello avvocato de' tempi cristiani del cui latino Augustin si provide.
Or se tu l'occhio de la mente trani di luce in luce dietro a le mie lode, gi? de l'ottava con sete rimani.
Per vedere ogni ben dentro vi gode l'anima santa che 'l mondo fallace fa manifesto a chi di lei ben ode.
Lo corpo ond'ella fu cacciata giace giuso in Cieldauro; ed essa da martiro e da essilio venne a questa pace.
Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro d'Isidoro, di Beda e di Riccardo, che a considerar fu pi? che viro.
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, ? 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri gravi a morir li parve venir tardo: essa ? la luce etterna di Sigieri, che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizz? invidiosi veri».
Indi, come orologio che ne chiami ne l'ora che la sposa di Dio surge a mattinar lo sposo perch? l'ami, che l'una parte e l'altra tira e urge, tin tin sonando con s? dolce nota, che 'l ben disposto spirto d'amor turge; cos? vid'io la gloriosa rota muoversi e render voce a voce in tempra e in dolcezza ch'esser non p? nota se non col? dove gioir s'insempra.
Paradiso: Canto XI O insensata cura de' mortali, quanto son difettivi silogismi quei che ti fanno in basso batter l'ali! Chi dietro a iura, e chi ad amforismi sen giva, e chi seguendo sacerdozio, e chi regnar per forza o per sofismi, e chi rubare, e chi civil negozio, chi nel diletto de la carne involto s'affaticava e chi si dava a l'ozio, quando, da tutte queste cose sciolto, con Beatrice m'era suso in cielo cotanto gloriosamente accolto.
Poi che ciascuno fu tornato ne lo punto del cerchio in che avanti s'era, fermossi, come a candellier candelo.
E io senti' dentro a quella lumera che pria m'avea parlato, sorridendo incominciar, faccendosi pi? mera: «Cos? com'io del suo raggio resplendo, s?, riguardando ne la luce etterna, li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
Tu dubbi, e hai voler che si ricerna in s? aperta e 'n s? distesa lingua lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna, ove dinanzi dissi "U' ben s'impingua", e l? u' dissi "Non nacque il secondo"; e qui ? uopo che ben si distingua.
La provedenza, che governa il mondo con quel consiglio nel quale ogne aspetto creato ? vinto pria che vada al fondo, per? che andasse ver' lo suo diletto la sposa di colui ch'ad alte grida dispos? lei col sangue benedetto, in s? sicura e anche a lui pi? fida, due principi ordin? in suo favore, che quinci e quindi le fosser per guida.
L'un fu tutto serafico in ardore; l'altro per sapienza in terra fue di cherubica luce uno splendore.
De l'un dir?, per? che d'amendue si dice l'un pregiando, qual ch'om prende, perch'ad un fine fur l'opere sue.
Intra Tupino e l'acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo, fertile costa d'alto monte pende, onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole; e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo.
Di questa costa, l? dov'ella frange pi? sua rattezza, nacque al mondo un sole, come fa questo tal volta di Gange.
Per? chi d'esso loco fa parole, non dica Ascesi, ch? direbbe corto, ma Oriente, se proprio dir vuole.
Non era ancor molto lontan da l'orto, ch'el cominci? a far sentir la terra de la sua gran virtute alcun conforto; ch? per tal donna, giovinetto, in guerra del padre corse, a cui, come a la morte, la porta del piacer nessun diserra; e dinanzi a la sua spirital corte et coram patre le si fece unito; poscia di d? in d? l'am? pi? forte.
Questa, privata del primo marito, millecent'anni e pi? dispetta e scura fino a costui si stette sanza invito; n? valse udir che la trov? sicura con Amiclate, al suon de la sua voce, colui ch'a tutto 'l mondo f? paura; n? valse esser costante n? feroce, s? che, dove Maria rimase giuso, ella con Cristo pianse in su la croce.
Ma perch'io non proceda troppo chiuso, Francesco e Povert? per questi amanti prendi oramai nel mio parlar diffuso.
La lor concordia e i lor lieti sembianti, amore e maraviglia e dolce sguardo facieno esser cagion di pensier santi; tanto che 'l venerabile Bernardo si scalz? prima, e dietro a tanta pace corse e, correndo, li parve esser tardo.
Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro dietro a lo sposo, s? la sposa piace.
Indi sen va quel padre e quel maestro con la sua donna e con quella famiglia che gi? legava l'umile capestro.
N? li grav? vilt? di cuor le ciglia per esser fi' di Pietro Bernardone, n? per parer dispetto a maraviglia; ma regalmente sua dura intenzione ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe primo sigillo a sua religione.
Poi che la gente poverella crebbe dietro a costui, la cui mirabil vita meglio in gloria del ciel si canterebbe, di seconda corona redimita fu per Onorio da l'Etterno Spiro la santa voglia d'esto archimandrita.
E poi che, per la sete del martiro, ne la presenza del Soldan superba predic? Cristo e li altri che 'l seguiro, e per trovare a conversione acerba troppo la gente e per non stare indarno, redissi al frutto de l'italica erba, nel crudo sasso intra Tevero e Arno da Cristo prese l'ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno.
Quando a colui ch'a tanto ben sortillo piacque di trarlo suso a la mercede ch'el merit? nel suo farsi pusillo, a' frati suoi, s? com'a giuste rede, raccomand? la donna sua pi? cara, e comand? che l'amassero a fede; e del suo grembo l'anima preclara mover si volle, tornando al suo regno, e al suo corpo non volle altra bara.
Pensa oramai qual fu colui che degno collega fu a mantener la barca di Pietro in alto mar per dritto segno; e questo fu il nostro patriarca; per che qual segue lui, com'el comanda, discerner puoi che buone merce carca.
Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda ? fatto ghiotto, s? ch'esser non puote che per diversi salti non si spanda; e quanto le sue pecore remote e vagabunde pi? da esso vanno, pi? tornano a l'ovil di latte v?te.
Ben son di quelle che temono 'l danno e stringonsi al pastor; ma son s? poche, che le cappe fornisce poco panno.
Or, se le mie parole non son fioche, se la tua audienza ? stata attenta, se ci? ch'? detto a la mente revoche, in parte fia la tua voglia contenta, perch? vedrai la pianta onde si scheggia, e vedra' il corr?gger che argomenta "U' ben s'impingua, se non si vaneggia"».
Paradiso: Canto XII S? tosto come l'ultima parola la benedetta fiamma per dir tolse, a rotar cominci? la santa mola; e nel suo giro tutta non si volse prima ch'un'altra di cerchio la chiuse, e moto a moto e canto a canto colse; canto che tanto vince nostre muse, nostre serene in quelle dolci tube, quanto primo splendor quel ch'e' refuse.
Come si volgon per tenera nube due archi paralelli e concolori, quando Iunone a sua ancella iube, nascendo di quel d'entro quel di fori, a guisa del parlar di quella vaga ch'amor consunse come sol vapori; e fanno qui la gente esser presaga, per lo patto che Dio con No? puose, del mondo che gi? mai pi? non s'allaga: cos? di quelle sempiterne rose volgiensi circa noi le due ghirlande, e s? l'estrema a l'intima rispuose.
Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande, s? del cantare e s? del fiammeggiarsi luce con luce gaudiose e blande, insieme a punto e a voler quetarsi, pur come li occhi ch'al piacer che i move conviene insieme chiudere e levarsi; del cor de l'una de le luci nove si mosse voce, che l'ago a la stella parer mi fece in volgermi al suo dove; e cominci?: «L'amor che mi fa bella mi tragge a ragionar de l'altro duca per cui del mio s? ben ci si favella.
Degno ? che, dov'? l'un, l'altro s'induca: s? che, com'elli ad una militaro, cos? la gloria loro insieme luca.
L'essercito di Cristo, che s? caro cost? a riarmar, dietro a la 'nsegna si movea tardo, sospeccioso e raro, quando lo 'mperador che sempre regna provide a la milizia, ch'era in forse, per sola grazia, non per esser degna; e, come ? detto, a sua sposa soccorse con due campioni, al cui fare, al cui dire lo popol disviato si raccorse.
In quella parte ove surge ad aprire Zefiro dolce le novelle fronde di che si vede Europa rivestire, non molto lungi al percuoter de l'onde dietro a le quali, per la lunga foga, lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, siede la fortunata Calaroga sotto la protezion del grande scudo in che soggiace il leone e soggioga: dentro vi nacque l'amoroso drudo de la fede cristiana, il santo atleta benigno a' suoi e a' nemici crudo; e come fu creata, fu repleta s? la sua mente di viva vertute, che, ne la madre, lei fece profeta.
Poi che le sponsalizie fuor compiute al sacro fonte intra lui e la Fede, u' si dotar di mutua salute, la donna che per lui l'assenso diede, vide nel sonno il mirabile frutto ch'uscir dovea di lui e de le rede; e perch? fosse qual era in costrutto, quinci si mosse spirito a nomarlo del possessivo di cui era tutto.
Domenico fu detto; e io ne parlo s? come de l'agricola che Cristo elesse a l'orto suo per aiutarlo.
Ben parve messo e famigliar di Cristo: che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto, fu al primo consiglio che di? Cristo.
Spesse fiate fu tacito e desto trovato in terra da la sua nutrice, come dicesse: 'Io son venuto a questo'.
Oh padre suo veramente Felice! oh madre sua veramente Giovanna, se, interpretata, val come si dice! Non per lo mondo, per cui mo s'affanna di retro ad Ostiense e a Taddeo, ma per amor de la verace manna in picciol tempo gran dottor si feo; tal che si mise a circuir la vigna che tosto imbianca, se 'l vignaio ? reo.
E a la sedia che fu gi? benigna pi? a' poveri giusti, non per lei, ma per colui che siede, che traligna, non dispensare o due o tre per sei, non la fortuna di prima vacante, non decimas, quae sunt pauperum Dei, addimand?, ma contro al mondo errante licenza di combatter per lo seme del qual ti fascian ventiquattro piante.
Poi, con dottrina e con volere insieme, con l'officio appostolico si mosse quasi torrente ch'alta vena preme; e ne li sterpi eretici percosse l'impeto suo, pi? vivamente quivi dove le resistenze eran pi? grosse.
Di lui si fecer poi diversi rivi onde l'orto catolico si riga, s? che i suoi arbuscelli stan pi? vivi.
Se tal fu l'una rota de la biga in che la Santa Chiesa si difese e vinse in campo la sua civil briga, ben ti dovrebbe assai esser palese l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma dinanzi al mio venir fu s? cortese.
Ma l'orbita che f? la parte somma di sua circunferenza, ? derelitta, s? ch'? la muffa dov'era la gromma.
La sua famiglia, che si mosse dritta coi piedi a le sue orme, ? tanto volta, che quel dinanzi a quel di retro gitta; e tosto si vedr? de la ricolta de la mala coltura, quando il loglio si lagner? che l'arca li sia tolta.
Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio nostr


Plutonian Ode

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 I

What new element before us unborn in nature? Is there
 a new thing under the Sun?
At last inquisitive Whitman a modern epic, detonative,
 Scientific theme
First penned unmindful by Doctor Seaborg with poison-
 ous hand, named for Death's planet through the 
 sea beyond Uranus
whose chthonic ore fathers this magma-teared Lord of 
 Hades, Sire of avenging Furies, billionaire Hell-
 King worshipped once
with black sheep throats cut, priests's face averted from
 underground mysteries in single temple at Eleusis,
Spring-green Persephone nuptialed to his inevitable
 Shade, Demeter mother of asphodel weeping dew,
her daughter stored in salty caverns under white snow, 
 black hail, grey winter rain or Polar ice, immemor-
 able seasons before
Fish flew in Heaven, before a Ram died by the starry
 bush, before the Bull stamped sky and earth
or Twins inscribed their memories in clay or Crab'd
 flood
washed memory from the skull, or Lion sniffed the
 lilac breeze in Eden--
Before the Great Year began turning its twelve signs,
 ere constellations wheeled for twenty-four thousand
 sunny years
slowly round their axis in Sagittarius, one hundred 
 sixty-seven thousand times returning to this night

Radioactive Nemesis were you there at the beginning 
 black dumb tongueless unsmelling blast of Disil-
 lusion?
I manifest your Baptismal Word after four billion years
I guess your birthday in Earthling Night, I salute your
 dreadful presence last majestic as the Gods,
Sabaot, Jehova, Astapheus, Adonaeus, Elohim, Iao, 
 Ialdabaoth, Aeon from Aeon born ignorant in an
 Abyss of Light,
Sophia's reflections glittering thoughtful galaxies, whirl-
 pools of starspume silver-thin as hairs of Einstein!
Father Whitman I celebrate a matter that renders Self
 oblivion!
Grand Subject that annihilates inky hands & pages'
 prayers, old orators' inspired Immortalities,
I begin your chant, openmouthed exhaling into spacious
 sky over silent mills at Hanford, Savannah River,
 Rocky Flats, Pantex, Burlington, Albuquerque
I yell thru Washington, South Carolina, Colorado, 
 Texas, Iowa, New Mexico,
Where nuclear reactors creat a new Thing under the 
 Sun, where Rockwell war-plants fabricate this death
 stuff trigger in nitrogen baths,
Hanger-Silas Mason assembles the terrified weapon
 secret by ten thousands, & where Manzano Moun-
 tain boasts to store
its dreadful decay through two hundred forty millenia
 while our Galaxy spirals around its nebulous core.
I enter your secret places with my mind, I speak with your presence, I roar your Lion Roar with mortal mouth.
One microgram inspired to one lung, ten pounds of heavy metal dust adrift slow motion over grey Alps the breadth of the planet, how long before your radiance speeds blight and death to sentient beings? Enter my body or not I carol my spirit inside you, Unnaproachable Weight, O heavy heavy Element awakened I vocalize your con- sciousness to six worlds I chant your absolute Vanity.
Yeah monster of Anger birthed in fear O most Ignorant matter ever created unnatural to Earth! Delusion of metal empires! Destroyer of lying Scientists! Devourer of covetous Generals, Incinerator of Armies & Melter of Wars! Judgement of judgements, Divine Wind over vengeful nations, Molester of Presidents, Death-Scandal of Capital politics! Ah civilizations stupidly indus- trious! Canker-Hex on multitudes learned or illiterate! Manu- factured Spectre of human reason! O solidified imago of practicioner in Black Arts I dare your reality, I challenge your very being! I publish your cause and effect! I turn the wheel of Mind on your three hundred tons! Your name enters mankind's ear! I embody your ultimate powers! My oratory advances on your vaunted Mystery! This breath dispels your braggart fears! I sing your form at last behind your concrete & iron walls inside your fortress of rubber & translucent silicon shields in filtered cabinets and baths of lathe oil, My voice resounds through robot glove boxes & ignot cans and echoes in electric vaults inert of atmo- sphere, I enter with spirit out loud into your fuel rod drums underground on soundless thrones and beds of lead O density! This weightless anthem trumpets transcendent through hidden chambers and breaks through iron doors into the Infernal Room! Over your dreadful vibration this measured harmony floats audible, these jubilant tones are honey and milk and wine-sweet water Poured on the stone black floor, these syllables are barley groats I scatter on the Reactor's core, I call your name with hollow vowels, I psalm your Fate close by, my breath near deathless ever at your side to Spell your destiny, I set this verse prophetic on your mausoleum walls to seal you up Eternally with Diamond Truth! O doomed Plutonium.
II The Bar surveys Plutonian history from midnight lit with Mercury Vapor streetlamps till in dawn's early light he contemplates a tranquil politic spaced out between Nations' thought-forms proliferating bureaucratic & horrific arm'd, Satanic industries projected sudden with Five Hundred Billion Dollar Strength around the world same time this text is set in Boulder, Colorado before front range of Rocky Mountains twelve miles north of Rocky Flats Nuclear Facility in United States of North America, Western Hemi- sphere of planet Earth six months and fourteen days around our Solar System in a Spiral Galaxy the local year after Dominion of the last God nineteen hundred seventy eight Completed as yellow hazed dawn clouds brighten East, Denver city white below Blue sky transparent rising empty deep & spacious to a morning star high over the balcony above some autos sat with wheels to curb downhill from Flatiron's jagged pine ridge, sunlit mountain meadows sloped to rust-red sandstone cliffs above brick townhouse roofs as sparrows waked whistling through Marine Street's summer green leafed trees.
III This ode to you O Poets and Orators to come, you father Whitman as I join your side, you Congress and American people, you present meditators, spiritual friends & teachers, you O Master of the Diamond Arts, Take this wheel of syllables in hand, these vowels and consonants to breath's end take this inhalation of black poison to your heart, breath out this blessing from your breast on our creation forests cities oceans deserts rocky flats and mountains in the Ten Directions pacify with exhalation, enrich this Plutonian Ode to explode its empty thunder through earthen thought-worlds Magnetize this howl with heartless compassion, destroy this mountain of Plutonium with ordinary mind and body speech, thus empower this Mind-guard spirit gone out, gone out, gone beyond, gone beyond me, Wake space, so Ah! July 14, 1978


Part 3 of Trout Fishing in America

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 SEA, SEA RIDER


The man who owned the bookstore was not magic.
He was not a three-legged crow on the dandelion side of the mountain.
He was, of course, a Jew, a retired merchant seaman who had been torpedoed in the North Atlantic and floated there day after day until death did not want him.
He had a young wife, a heart attack, a Volkswagen and a home in Marin County.
He liked the works of George Orwell, Richard Aldington and Edmund Wilson.
He learned about life at sixteen, first from Dostoevsky and then from the whores of New Orleans.
The bookstore was a parking lot for used graveyards.
Thousands of graveyards were parked in rows like cars.
Most of the kooks were out of print, and no one wanted to read them any more and the people who had read the books had died or forgotten about them, but through the organic process of music the books had become virgins again.
They wore their ancient copyrights like new maidenheads.
I went to the bookstore in the afternoons after I got off work, during that terrible year of 1959.
He had a kitchen in the back of the store and he brewed cups of thick Turkish coffee in a copper pan.
I drank coffee and read old books and waited for the year to end.
He had a small room above the kitchen.
It looked down on the bookstore and had Chinese screens in front of it.
The room contained a couch, a glass cabinet with Chinese things in it and a table and three chairs.
There was a tiny bathroom fastened like a watch fob to the room.
I was sitting on a stool in the bookstore one afternoon reading a book that was in the shape of a chalice.
The book had clear pages like gin, and the first page in the book read: Billy the Kid born November 23, 1859 in New York City The owner of the bookstore came up to me, and put his arm on my shoulder and said, "Would you like to get laid?" His voice was very kind.
"No, " I said.
"You're wrong, " he said, and then without saying anything else, he went out in front of the bookstore, and stopped a pair of total strangers, a man and a woman.
He talked to them for a few moments.
I couldn't hear what he was saying.
He pointed at me in the bookstore.
The woman nodded her head and then the man nodded his head.
They came into the bookstore.
I was embarrassed.
I could not leave the bookstore because they were entering by the only door, so I decided to go upstairs and go to the toilet.
I got up abruptly and walked to the back of the bookstore and went upstairs to the bathroom, and they followed after me.
I could hear them on the stairs.
I waited for a long time in the bathroom and they waited an equally long time in the other room.
They never spoke.
When I came out of the bathroom, the woman was lying naked on the couch, and the man was sitting in a chair with his hat on his lap.
"Don't worry about him, " the girl said.
"These things make no difference to him.
He's rich.
He has 3, 859 Rolls Royces.
" The girl was very pretty and her body was like a clear mountain river of skin and muscle flowing over rocks of bone and hidden nerves.
"Come to me, " she said.
"And come inside me for we are Aquarius and I love you.
" I looked at the man sitting in the chair.
He was not smiling and he did not look sad.
I took off my shoes and all my clothes.
The man did not say a word.
The girl's body moved ever so slightly from side to side.
There was nothing else I could do for my body was like birds sitting on a telephone wire strung out down the world, clouds tossing the wires carefully.
I laid the girl.
It was like the eternal 59th second when it becomes a minute and then looks kind of sheepish.
"Good, " the girl said, and kissed me on the face.
The man sat there without speaking or moving or sending out any emotion into the room.
I guess he was rich and owned 3, 859 Rolls Royces.
Afterwards the girl got dressed and she and the man left.
They walked down the stairs and on their way out, I heard him say his first words.
"Would you like to go to Emie's for dinner?" "I don't know, " the girl said.
"It's a little early to think about dinner.
" Then I heard the door close and they were gone.
I got dressed and went downstairs.
The flesh about my body felt soft and relaxed like an experiment in functional background music.
The owner of the bookstore was sitting at his desk behind the counter.
"I'11 tell you what happened up there, " he said, in a beautiful anti-three-legged-crow voice, in an anti-dandelion side of the mountain voice.
"What?"I said.
"You fought in the Spanish Civil War.
You were a young Communist from Cleveland, Ohio.
She was a painter.
A New York Jew who was sightseeing in the Spanish Civil War as if it were the Mardi Gras in New Orleans being acted out by Greek statues.
"She was drawing a picture of a dead anarchist when you met her.
She asked you to stand beside the anarchist and act as if you had killed him.
You slapped her across the face and said something that would be embarrassing for me to repeat.
You both fell very much in love.
"Once while you were at the front she read Anatomy of Melancholy and did 349 drawings of a lemon.
"Your love for each other was mostly spiritual.
Neither one of you performed like millionaires in bed.
"When Barcelona fell, you and she flew to England, and then took a ship back to New York.
Your love for each other remained in Spain.
It was only a war love.
You loved only yourselves, loving each other in Spain during the war.
On the Atlantic you were different toward each other and became every day more and more like people lost from each other.
"Every wave on the Atlantic was like a dead seagull dragging its driftwood artillery from horizon to horizon.
"When the ship bumped up against America, you departed without saying anything and never saw each other again.
The last I heard of you, you were still living in Philadelphia.
" "That's what you think happened up there?" I said.
"Partly, " he said.
"Yes, that's part of it.
" He took out his pipe and filled it with tobacco and lit it.
"Do you want me to tell you what else happened up there?" he said.
"Go ahead.
" "You crossed the border into Mexico, " he said.
"You rode your horse into a small town.
The people knew who you were and they were afraid of you.
They knew you had killed many men with that gun you wore at your side.
The town itself was so small that it didn't have a priest.
"When the rurales saw you, they left the town.
Tough as they were, they did not want to have anything to do with you.
The rurales left.
You became the most powerful man in town.
You were seduced by a thirteen-year-old girl, and you and she lived together in an adobe hut, and practically all you did was make love.
"She was slender and had long dark hair.
You made love standing, sitting, lying on the dirt floor with pigs and chickens around you.
The walls, the floor and even the roof of the hut were coated with your sperm and her come.
"You slept on the floor at night and used your sperm for a pillow and her come for a blanket.
"The people in the town were so afraid of you that they could do nothing.
"After a while she started going around town without any clothes on, and the people of the town said that it was not a good thing, and when you started going around without any clothes, and when both of you began making love on the back of your horse in the middle of the zocalo, the people of the town became so afraid that they abandoned the town.
It's been abandoned ever since.
"People won't live there.
"Neither of you lived to be twenty-one.
It was not neces- sary.
"See, I do know what happened upstairs, " he said.
He smiled at me kindly.
His eyes were like the shoelaces of a harpsichord.
I thought about what happened upstairs.
"You know what I say is the truth, " he said.
"For you saw it with your own eyes and traveled it with your own body.
Finish the book you were reading before you were interrupted.
I'm glad you got laid.
" Once resumed the pages of the book began to speed up and turn faster and faster until they were spinning like wheels in the sea.
THE LAST YEAR THE TROUT CAME UP HAYMAN CREEK Gone now the old fart.
Hayman Creek was named for Charles Hayman, a sort of half-assed pioneer in a country that not many wanted to live in because it was poor and ugly and horrible, He built a shack, this was in 1876, on a little creek that drained a worthless hill.
After a while the creek was called Hayman Creek.
Mr.
Hayman did not know how to read or write and considered himself better for it.
Mr.
Hayman did odd jobs for years and years and years and years.
Your mule's broke? Get Mr.
Hayman to fix it.
Your fences are on fire? Get Mr.
Hayman to put them out.
Mr.
- Hayman lived on a diet of stone-ground wheat and kale.
He bought the wheat by the hundred-pound sack and ground it himself with a mortar and pestle.
He grew the kale in front of his shack and tended the kale as if it were prize winning orchids.
During all the time that was his life, Mr.
Hayman never had a cup of coffee, a smoke, a drink or a woman and thought he'd be a fool if he did.
In the winter a few trout would go up Hayman Creek, but by early summer the creek was almost dry and there were no fish in it.
Mr.
Hayman used to catch a trout or two and eat raw trout with his stone-ground wheat and his kale, and then one day he was so old that he did not feel like working any more, and he looked so old that the children thought he must be evil to live by himself, and they were afraid to go up the creek near his shack.
It didn't bother Mr.
Hayman.
The last thing in the world he had any use for were children.
Reading and writing and children were all the same, Mr.
Hayman thought, and ground his wheat and tended his kale and caught a trout or two when they were in the creek.
He looked ninety years old for thirty years and then he got the notion that he would die, and did so.
The year he died the trout didn't come up Hayman Creek, and never went up the creek again.
With the old man dead, the trout figured it was better to stay where they were.
The mortar and pestle fell off the shelf and broke.
The shack rotted away.
And the weeds grew into the kale.
Twenty years after Mr.
Hayman's death, some fish and game people were planting trout in the streams around there.
"Might as well put some here, " one of the men said.
"Sure, " the other one said.
They dumped a can full of trout in the creek and no sooner had the trout touched the water, than they turned their white bellies up and floated dead down the creek.
TROUT DEATH BY PORT WINE It was not an outhouse resting upon the imagination.
It was reality.
An eleven-inch rainbow trout was killed.
Its life taken forever from the waters of the earth, by giving it a drink of port wine.
It is against the natural order of death for a trout to die by having a drink of port wine.
It is all right for a trout to have its neck broken by a fisherman and then to be tossed into the creel or for a trout to die from a fungus that crawls like sugar-colored ants over its body until the trout is in death's sugarbowl.
It is all right for a trout to be trapped in a pool that dries up in the late summer or to be caught in the talons of a bird or the claws of an animal.
Yes, it is even all right for a trout to be killed by pollution, to die in a river of suffocating human excrement.
There are trout that die of old age and their white beards flow to the sea.
All these things are in the natural order of death, but for a trout to die from a drink of port wine, that is another thing.
No mention of it in "The treatyse of fysshynge wyth an angle," in the Boke of St.
Albans, published 1496.
No mention of it in Minor Tactics of the Chalk Stream, by H.
C.
Cutcliffe, published in 1910.
No mention of it in Truth Is Stranger than Fishin', by Beatrice Cook, published in 1955.
No mention of it in Northern Memoirs, by Richard Franck, published in 1694.
No mention of it in I Go A-Fishing, by W.
C.
Prime, published in 1873.
No mention of it in Trout Fishing and Trout Flies, by Jim Quick, published in 1957.
No mention of it in Certaine Experiments Concerning Fish and Fruite, by John Taverner, published in 1600.
No mention of it in A River Never Sleeps, by Roderick L.
Haig Brown, published in 1946.
No mention of it in Till Fish US Do Part, by Beatrice Cook published in 1949.
No mention of it in The Flyfisher & the Trout's Point of View by Col.
E.
W.
Harding, published in 1931.
No mention of it in Chalk Stream Studies, by Charles Kingsley, published in 1859 No mention of it in Trout Madness by Robert Traver, published in 1960.
No mention of it in Sunshine and the Dry Fly, by J.
W.
Dunne, published in 1924.
No mention of it in Just Fishing, by Ray Bergman, published in 1932.
No mention of it in Matching the Hatch by Ernest G.
Schwiebert, Jr,, published in 1955.
No mention of it in The Art of Trout Fishing on Rapid Streams by H.
C.
Cutcliffe, published in 1863.
No mention of it in Old Flies in New Dresses by C.
E.
Walker, published in 1898 No mention of it in Fisherman's Spring, by Roderick L, Haig-Brown, published in 1951.
No mention of it in The Determined angler and the Brook Trout, by Charles Bradford, published in 1916.
No mention of it in Women Can Fish by Chisie Farrington, published in 1951.
No mention of it in Tales of the Angler's El Dorado New new Zeland by Zane Grey, published in 1926.
No mention of it in The Flyfisher's Guide, by G.
C.
Bainbridge, published in 1816.
There's no mention of a trout dying by having a drink of port wine anywhere.
To describe the Supreme Executioner: We woke up in the morning and it was dark outside.
He came kind of smiling into the kitchen and we ate breakfast.
Fried potatoes and eggs and coffee.
"Well, you old bastard, " he said.
"Pass the salt.
" The tackle was already in the car, so we just got in and drove away.
Beginning at the first light of dawn we hit the road at the bottom of the mountains, and drove up into the dawn.
The light behind the trees was like going into a gradual and strange department store.
"That was a good-looking girl last night, " he said.
"Yeah, "I said.
"You did all right.
" "If the shoe fits.
.
.
.
.
" he said.
Owl Snuff Creek was just a small creek, only a few miles long, but there were some nice trout in it.
We got out of the car and walked a quarter of a mile down the mountainside to the creek I put my tackle together.
He pulled a pint of port wine out of his pocket and said wouldn't you know.
" "No thanks," I said.
He took a good snort and then shook his head, side to side, and said, "Do you know what this creek reminds me of?" "No," I said, tying a gray and yellow fly onto my leader.
"It reminds me of Evageline's vagina, a constant dream of my childhood and promoter of my youth.
" "That's nice," I said.
"Longfellow was the Henry Miller of my childhood," he said.
"Good," I said.
I cast into a little pool that had a swirl of fir needles going around the edge of it.
The fir needles went around and around.
It made no sense that they should come from trees.
They looked perfectly contented and natural in the pool as if the pool had grown them on watery branches.
I had a good hit on my third cast, but missed it.
"Oh, boy, " he said.
"I think I'11 watch you fish.
The stolen painting is in the house next door.
" I fished upstream coming ever closer and closer to the narrow staircase of the canyon.
Then I went up into it as if I were entering a department store.
I caught three trout in the lost and found department.
He didn't even put his tackle together.
He just followed after me, drinking port wine and poking a stick at the world.
"This is a beautiful creek, " he said.
"It reminds me of Evangeline's hearing aid.
" We ended up at a large pool that was formed by the creek crashing through the children's toy section.
At the beginning of the pool the water was like cream, then it mirrored out and reflected the shadow of a large tree.
By this time the sun was up.
You could see it coming down the mountain.
I cast into the cream and let my fly drift down onto along branch of the tree, next to a bird.
Go-wham ! I set the hook and the trout started jumping.
"Giraffe races at Kilimanjaro!" he shouted, and every time the trout jumped, he jumped.
"Bee races at Mount Everest !" he shouted.
I didn't have a net with me so I fought the trout over to the edge of the creek and swung it up onto the shore.
The trout had a big red stripe down its side.
It was a good rainbow.
"What a beauty, " he said.
He picked it up and it was squirming in his hands.
"Break its neck, " I said.
"I have a better idea, " he said.
"Before I kill it, let me at least soothe its approach into death.
This trout needs a drink.
" He took the bottle of port out of his pocket, unscrewed the cap and poured a good slug into the trout's mouth.
The trout went into a spasm.
Its body shook very rapidly like a telescope during an earthquake.
The mouth was wide open and chattering almost as if it had human teeth.
He laid the trout on a white rock, head down, and some of the wine trickled out of its mouth and made a stain on the rock.
The trout was lying very still now.
"It died happy, " he said.
"This is my ode to Alcoholics Anonymous.
"Look here !"


THREE ODES TO MY FRIEND

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 THESE are the most singular of all the Poems 
of Goethe, and to many will appear so wild and fantastic, as to 
leave anything but a pleasing impression.
Those at the beginning, addressed to his friend Behrisch, were written at the age of eighteen, and most of the remainder were composed while he was still quite young.
Despite, however, the extravagance of some of them, such as the Winter Journey over the Hartz Mountains, and the Wanderer's Storm-Song, nothing can be finer than the noble one entitled Mahomet's Song, and others, such as the Spirit Song' over the Waters, The God-like, and, above all, the magnificent sketch of Prometheus, which forms part of an unfinished piece bearing the same name, and called by Goethe a 'Dramatic Fragment.
' TO MY FRIEND.
[These three Odes are addressed to a certain Behrisch, who was tutor to Count Lindenau, and of whom Goethe gives an odd account at the end of the Seventh Book of his Autobiography.
] FIRST ODE.
TRANSPLANT the beauteous tree! Gardener, it gives me pain; A happier resting-place Its trunk deserved.
Yet the strength of its nature To Earth's exhausting avarice, To Air's destructive inroads, An antidote opposed.
See how it in springtime Coins its pale green leaves! Their orange-fragrance Poisons each flyblow straight.
The caterpillar's tooth Is blunted by them; With silv'ry hues they gleam In the bright sunshine, Its twigs the maiden Fain would twine in Her bridal-garland; Youths its fruit are seeking.
See, the autumn cometh! The caterpillar Sighs to the crafty spider,-- Sighs that the tree will not fade.
Hov'ring thither From out her yew-tree dwelling, The gaudy foe advances Against the kindly tree, And cannot hurt it, But the more artful one Defiles with nauseous venom Its silver leaves; And sees with triumph How the maiden shudders, The youth, how mourns he, On passing by.
Transplant the beauteous tree! Gardener, it gives me pain; Tree, thank the gardener Who moves thee hence! 1767.
SECOND ODE.
THOU go'st! I murmur-- Go! let me murmur.
Oh, worthy man, Fly from this land! Deadly marshes, Steaming mists of October Here interweave their currents, Blending for ever.
Noisome insects Here are engender'd; Fatal darkness Veils their malice.
The fiery-tongued serpent, Hard by the sedgy bank, Stretches his pamper'd body, Caress'd by the sun's bright beams.
Tempt no gentle night-rambles Under the moon's cold twilight! Loathsome toads hold their meetings Yonder at every crossway.
Injuring not, Fear will they cause thee.
Oh, worthy man, Fly from this land! 1767.
THIRD ODE.
BE void of feeling! A heart that soon is stirr'd, Is a possession sad Upon this changing earth.
Behrisch, let spring's sweet smile Never gladden thy brow! Then winter's gloomy tempests Never will shadow it o'er.
Lean thyself ne'er on a maiden's Sorrow-engendering breast.
Ne'er on the arm, Misery-fraught, of a friend.
Already envy From out his rocky ambush Upon thee turns The force of his lynx-like eyes, Stretches his talons, On thee falls, In thy shoulders Cunningly plants them.
Strong are his skinny arms, As panther-claws; He shaketh thee, And rends thy frame.
Death 'tis to part, 'Tis threefold death To part, not hoping Ever to meet again.
Thou wouldst rejoice to leave This hated land behind, Wert thou not chain'd to me With friendships flowery chains.
Burst them! I'll not repine.
No noble friend Would stay his fellow-captive, If means of flight appear.
The remembrance Of his dear friend's freedom Gives him freedom In his dungeon.
Thou go'st,--I'm left.
But e'en already The last year's winged spokes Whirl round the smoking axle.
I number the turns Of the thundering wheel; The last one I bless.
-- Each bar then is broken, I'm free then as thou! 1767.


Morituri Salutamus: Poem for the Fiftieth Anniversary

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 Tempora labuntur, tacitisque senescimus annis, 
Et fugiunt freno non remorante dies.
Ovid, Fastorum, Lib.
vi.
"O C?sar, we who are about to die Salute you!" was the gladiators' cry In the arena, standing face to face With death and with the Roman populace.
O ye familiar scenes,--ye groves of pine, That once were mine and are no longer mine,-- Thou river, widening through the meadows green To the vast sea, so near and yet unseen,-- Ye halls, in whose seclusion and repose Phantoms of fame, like exhalations, rose And vanished,--we who are about to die, Salute you; earth and air and sea and sky, And the Imperial Sun that scatters down His sovereign splendors upon grove and town.
Ye do not answer us! ye do not hear! We are forgotten; and in your austere And calm indifference, ye little care Whether we come or go, or whence or where.
What passing generations fill these halls, What passing voices echo from these walls, Ye heed not; we are only as the blast, A moment heard, and then forever past.
Not so the teachers who in earlier days Led our bewildered feet through learning's maze; They answer us--alas! what have I said? What greetings come there from the voiceless dead? What salutation, welcome, or reply? What pressure from the hands that lifeless lie? They are no longer here; they all are gone Into the land of shadows,--all save one.
Honor and reverence, and the good repute That follows faithful service as its fruit, Be unto him, whom living we salute.
The great Italian poet, when he made His dreadful journey to the realms of shade, Met there the old instructor of his youth, And cried in tones of pity and of ruth: "Oh, never from the memory of my heart Your dear, paternal image shall depart, Who while on earth, ere yet by death surprised, Taught me how mortals are immortalized; How grateful am I for that patient care All my life long my language shall declare.
" To-day we make the poet's words our own, And utter them in plaintive undertone; Nor to the living only be they said, But to the other living called the dead, Whose dear, paternal images appear Not wrapped in gloom, but robed in sunshine here; Whose simple lives, complete and without flaw, Were part and parcel of great Nature's law; Who said not to their Lord, as if afraid, "Here is thy talent in a napkin laid," But labored in their sphere, as men who live In the delight that work alone can give.
Peace be to them; eternal peace and rest, And the fulfilment of the great behest: "Ye have been faithful over a few things, Over ten cities shall ye reign as kings.
" And ye who fill the places we once filled, And follow in the furrows that we tilled, Young men, whose generous hearts are beating high, We who are old, and are about to die, Salute you; hail you; take your hands in ours, And crown you with our welcome as with flowers! How beautiful is youth! how bright it gleams With its illusions, aspirations, dreams! Book of Beginnings, Story without End, Each maid a heroine, and each man a friend! Aladdin's Lamp, and Fortunatus' Purse, That holds the treasures of the universe! All possibilities are in its hands, No danger daunts it, and no foe withstands; In its sublime audacity of faith, "Be thou removed!" it to the mountain saith, And with ambitious feet, secure and proud, Ascends the ladder leaning on the cloud! As ancient Priam at the Sc?an gate Sat on the walls of Troy in regal state With the old men, too old and weak to fight, Chirping like grasshoppers in their delight To see the embattled hosts, with spear and shield, Of Trojans and Achaians in the field; So from the snowy summits of our years We see you in the plain, as each appears, And question of you; asking, "Who is he That towers above the others? Which may be Atreides, Menelaus, Odysseus, Ajax the great, or bold Idomeneus?" Let him not boast who puts his armor on As he who puts it off, the battle done.
Study yourselves; and most of all note well Wherein kind Nature meant you to excel.
Not every blossom ripens into fruit; Minerva, the inventress of the flute, Flung it aside, when she her face surveyed Distorted in a fountain as she played; The unlucky Marsyas found it, and his fate Was one to make the bravest hesitate.
Write on your doors the saying wise and old, "Be bold! be bold!" and everywhere, "Be bold; Be not too bold!" Yet better the excess Than the defect; better the more than less; Better like Hector in the field to die, Than like a perfumed Paris turn and fly.
And now, my classmates; ye remaining few That number not the half of those we knew, Ye, against whose familiar names not yet The fatal asterisk of death is set, Ye I salute! The horologe of Time Strikes the half-century with a solemn chime, And summons us together once again, The joy of meeting not unmixed with pain.
Where are the others? Voices from the deep Caverns of darkness answer me: "They sleep!" I name no names; instinctively I feel Each at some well-remembered grave will kneel, And from the inscription wipe the weeds and moss, For every heart best knoweth its own loss.
I see their scattered gravestones gleaming white Through the pale dusk of the impending night; O'er all alike the impartial sunset throws Its golden lilies mingled with the rose; We give to each a tender thought, and pass Out of the graveyards with their tangled grass, Unto these scenes frequented by our feet When we were young, and life was fresh and sweet.
What shall I say to you? What can I say Better than silence is? When I survey This throng of faces turned to meet my own, Friendly and fair, and yet to me unknown, Transformed the very landscape seems to be; It is the same, yet not the same to me.
So many memories crowd upon my brain, So many ghosts are in the wooded plain, I fain would steal away, with noiseless tread, As from a house where some one lieth dead.
I cannot go;--I pause;--I hesitate; My feet reluctant linger at the gate; As one who struggles in a troubled dream To speak and cannot, to myself I seem.
Vanish the dream! Vanish the idle fears! Vanish the rolling mists of fifty years! Whatever time or space may intervene, I will not be a stranger in this scene.
Here every doubt, all indecision, ends; Hail, my companions, comrades, classmates, friends! Ah me! the fifty years since last we met Seem to me fifty folios bound and set By Time, the great transcriber, on his shelves, Wherein are written the histories of ourselves.
What tragedies, what comedies, are there; What joy and grief, what rapture and despair! What chronicles of triumph and defeat, Of struggle, and temptation, and retreat! What records of regrets, and doubts, and fears! What pages blotted, blistered by our tears! What lovely landscapes on the margin shine, What sweet, angelic faces, what divine And holy images of love and trust, Undimmed by age, unsoiled by damp or dust! Whose hand shall dare to open and explore These volumes, closed and clasped forevermore? Not mine.
With reverential feet I pass; I hear a voice that cries, "Alas! alas! Whatever hath been written shall remain, Nor be erased nor written o'er again; The unwritten only still belongs to thee: Take heed, and ponder well what that shall be.
" As children frightened by a thunder-cloud Are reassured if some one reads aloud A tale of wonder, with enchantment fraught, Or wild adventure, that diverts their thought, Let me endeavor with a tale to chase The gathering shadows of the time and place, And banish what we all too deeply feel Wholly to say, or wholly to conceal.
In medi?val Rome, I know not where, There stood an image with its arm in air, And on its lifted finger, shining clear, A golden ring with the device, "Strike here!" Greatly the people wondered, though none guessed The meaning that these words but half expressed, Until a learned clerk, who at noonday With downcast eyes was passing on his way, Paused, and observed the spot, and marked it well, Whereon the shadow of the finger fell; And, coming back at midnight, delved, and found A secret stairway leading underground.
Down this he passed into a spacious hall, Lit by a flaming jewel on the wall; And opposite, in threatening attitude, With bow and shaft a brazen statue stood.
Upon its forehead, like a coronet, Were these mysterious words of menace set: "That which I am, I am; my fatal aim None can escape, not even yon luminous flame!" Midway the hall was a fair table placed, With cloth of gold, and golden cups enchased With rubies, and the plates and knives were gold, And gold the bread and viands manifold.
Around it, silent, motionless, and sad, Were seated gallant knights in armor clad, And ladies beautiful with plume and zone, But they were stone, their hearts within were stone; And the vast hall was filled in every part With silent crowds, stony in face and heart.
Long at the scene, bewildered and amazed The trembling clerk in speechless wonder gazed; Then from the table, by his greed made bold, He seized a goblet and a knife of gold, And suddenly from their seats the guests upsprang, The vaulted ceiling with loud clamors rang, The archer sped his arrow, at their call, Shattering the lambent jewel on the wall, And all was dark around and overhead;-- Stark on the floor the luckless clerk lay dead! The writer of this legend then records Its ghostly application in these words: The image is the Adversary old, Whose beckoning finger points to realms of gold; Our lusts and passions are the downward stair That leads the soul from a diviner air; The archer, Death; the flaming jewel, Life; Terrestrial goods, the goblet and the knife; The knights and ladies, all whose flesh and bone By avarice have been hardened into stone; The clerk, the scholar whom the love of pelf Tempts from his books and from his nobler self.
The scholar and the world! The endless strife, The discord in the harmonies of life! The love of learning, the sequestered nooks, And all the sweet serenity of books; The market-place, the eager love of gain, Whose aim is vanity, and whose end is pain! But why, you ask me, should this tale be told To men grown old, or who are growing old? It is too late! Ah, nothing is too late Till the tired heart shall cease to palpitate.
Cato learned Greek at eighty; Sophocles Wrote his grand Oedipus, and Simonides Bore off the prize of verse from his compeers, When each had numbered more than fourscore years, And Theophrastus, at fourscore and ten, Had but begun his "Characters of Men.
" Chaucer, at Woodstock with the nightingales, At sixty wrote the Canterbury Tales; Goethe at Weimar, toiling to the last, Completed Faust when eighty years were past.
These are indeed exceptions; but they show How far the gulf-stream of our youth may flow Into the arctic regions of our lives, Where little else than life itself survives.
As the barometer foretells the storm While still the skies are clear, the weather warm So something in us, as old age draws near, Betrays the pressure of the atmosphere.
The nimble mercury, ere we are aware, Descends the elastic ladder of the air; The telltale blood in artery and vein Sinks from its higher levels in the brain; Whatever poet, orator, or sage May say of it, old age is still old age.
It is the waning, not the crescent moon; The dusk of evening, not the blaze of noon; It is not strength, but weakness; not desire, But its surcease; not the fierce heat of fire, The burning and consuming element, But that of ashes and of embers spent, In which some living sparks we still discern, Enough to warm, but not enough to burn.
What then? Shall we sit idly down and say The night hath come; it is no longer day? The night hath not yet come; we are not quite Cut off from labor by the failing light; Something remains for us to do or dare; Even the oldest tree some fruit may bear; Not Oedipus Coloneus, or Greek Ode, Or tales of pilgrims that one morning rode Out of the gateway of the Tabard Inn, But other something, would we but begin; For age is opportunity no less Than youth itself, though in another dress, And as the evening twilight fades away The sky is filled with stars, invisible by day.


The Progress of Poesy

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 A Pindaric Ode

Awake, Aeolian lyre, awake,
And give to rapture all thy trembling strings.
From Helicon's harmonious springs A thousand rills their mazy progress take: The laughing flowers that round them blow Drink life and fragrance as they flow.
Now the rich stream of Music winds along, Deep, majestic, smooth, and strong, Thro' verdant vales, and Ceres' golden reign; Now rolling down the steep amain, Headlong, impetuous, see it pour; The rocks and nodding groves re-bellow to the roar.
Oh! Sov'reign of the willing soul, Parent of sweet and solemn-breathing airs, Enchanting shell! the sullen Cares And frantic Passions hear thy soft control.
On Thracia's hills the Lord of War Has curbed the fury of his car, And dropt his thirsty lance at thy command.
Perching on the sceptred hand Of Jove, thy magic lulls the feathered king With ruffled plumes and flagging wing: Quenched in dark clouds of slumber lie The terror of his beak, and lightnings of his eye.
Thee the voice, the dance, obey, Tempered to thy warbled lay.
O'er Idalia's velvet-green The rosy-crowned Loves are seen On Cytherea's day, With antic Sport, and blue-eyed Pleasures, Frisking light in frolic measures; Now pursuing, now retreating, Now in circling troops they meet: To brisk notes in cadence beating Glance their many-twinkling feet.
Slow melting strains their Queen's approach declare: Where'er she turns the Graces homage pay.
With arms sublime that float upon the air In gliding state she wins her easy way: O'er her warm cheek and rising bosom move The bloom of young Desire and purple light of Love.
Man's feeble race what ills await! Labour, and Penury, the racks of Pain, Disease, and Sorrow's weeping train, And Death, sad refuge from the storms of Fate! The fond complaint, my song, disprove, And justify the laws of Jove.
Say, has he giv'n in vain the heav'nly Muse? Night and all her sickly dews, Her sceptres wan, and birds of boding cry, He gives to range the dreary sky; Till down the eastern cliffs afar Hyperion's march they spy, and glitt'ring shafts of war.
In climes beyond the solar road, Where shaggy forms o'er ice-built mountains roam, The Muse has broke the twilight gloom To cheer the shivering Native's dull abode.
And oft, beneath the od'rous shade Of Chili's boundless forests laid, She deigns to hear the savage youth repeat, In loose numbers wildly sweet, Their feather-cinctured chiefs, and dusky loves.
Her track, where'er the Goddess roves, Glory pursue, and gen'rous Shame, Th' unconquerable Mind, and Freedom's holy flame.
Woods, that wave o'er Delphi's steep, Isles, that crown th' Aegean deep, Fields that cool Ilissus laves, Or where Maeander's amber waves In lingering lab'rinths creep, How do your tuneful echoes languish, Mute, but to the voice of anguish! Where each old poetic mountain Inspiration breathed around; Ev'ry shade and hallowed fountain Murmured deep a solemn sound: Till the sad Nine, in Greece's evil hour, Left their Parnassus for the Latian plains.
Alike they scorn the pomp of tyrant Power, And coward Vice, that revels in her chains.
When Latium had her lofty spirit lost, They sought, Oh Albion! next thy sea-encircled coast.
Far from the sun and summer-gale, In thy green lap was Nature's Darling laid, What time, where lucid Avon strayed, To him the mighty mother did unveil Her awful face: the dauntless child Stretched forth his little arms, and smiled.
"This pencil take (she said), whose colours clear Richly paint the vernal year: Thine too these golden keys, immortal Boy! This can unlock the gates of Joy; Of Horror that, and thrilling Fears, Or ope the sacred source of sympathetic Tears.
" Nor second he, that rode sublime Upon the seraph-wings of Ecstasy, The secrets of th' Abyss to spy.
He passed the flaming bounds of place and time: The living Throne, the sapphire-blaze, Where Angels tremble while they gaze, He saw; but, blasted with excess of light, Closed his eyes in endless night.
Behold where Dryden's less presumptuous car Wide o'er the fields of glory bear Two coursers of ethereal race, With necks in thunder clothed, and long-resounding pace.
Hark, his hands the lyre explore! Bright-eyed Fancy, hovering o'er, Scatters from her pictured urn Thoughts that breathe, and words that burn.
But ah! 'tis heard no more— Oh! Lyre divine, what daring Spirit Wakes thee now? Though he inherit Nor the pride, nor ample pinion, That the Theban eagle bear, Sailing with supreme dominion Through the azure deep of air: Yet oft before his infant eyes would run Such forms as glitter in the Muse's ray, With orient hues, unborrowed of the Sun: Yet shall he mount, and keep his distant way Beyond the limits of a vulgar fate, Beneath the Good how far—but far above the Great.


A Tale Of The Thirteenth Floor

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 The hands of the clock were reaching high
In an old midtown hotel;
I name no name, but its sordid fame
Is table talk in hell.
I name no name, but hell's own flame Illumes the lobby garish, A gilded snare just off Times Square For the maidens of the parish.
The revolving door swept the grimy floor Like a crinoline grotesque, And a lowly bum from an ancient slum Crept furtively past the desk.
His footsteps sift into the lift As a knife in the sheath is slipped, Stealthy and swift into the lift As a vampire into a crypt.
Old Maxie, the elevator boy, Was reading an ode by Shelley, But he dropped the ode as it were a toad When the gun jammed into his belly.
There came a whisper as soft as mud In the bed of an old canal: "Take me up to the suite of Pinball Pete, The rat who betrayed my gal.
" The lift doth rise with groans and sighs Like a duchess for the waltz, Then in middle shaft, like a duchess daft, It changes its mind and halts.
The bum bites lip as the landlocked ship Doth neither fall nor rise, But Maxie the elevator boy Regards him with burning eyes.
"First, to explore the thirteenth floor," Says Maxie, "would be wise.
" Quoth the bum, "There is moss on your double cross, I have been this way before, I have cased the joint at every point, And there is no thirteenth floor.
The architect he skipped direct From twelve unto fourteen, There is twelve below and fourteen above, And nothing in between, For the vermin who dwell in this hotel Could never abide thirteen.
" Said Max, "Thirteen, that floor obscene, Is hidden from human sight; But once a year it doth appear, On this Walpurgis Night.
Ere you peril your soul in murderer's role, Heed those who sinned of yore; The path they trod led away from God, And onto the thirteenth floor, Where those they slew, a grisly crew, Reproach them forevermore.
"We are higher than twelve and below fourteen," Said Maxie to the bum, "And the sickening draft that taints the shaft Is a whiff of kingdom come.
The sickening draft that taints the shaft Blows through the devil's door!" And he squashed the latch like a fungus patch, And revealed the thirteenth floor.
It was cheap cigars like lurid scars That glowed in the rancid gloom, The murk was a-boil with fusel oil And the reek of stale perfume.
And round and round there dragged and wound A loathsome conga chain, The square and the hep in slow lock step, The slayer and the slain.
(For the souls of the victims ascend on high, But their bodies below remain.
) The clean souls fly to their home in the sky, But their bodies remain below To pursue the Cain who each has slain And harry him to and fro.
When life is extinct each corpse is linked To its gibbering murderer, As a chicken is bound with wire around The neck of a killer cur.
Handcuffed to Hate come Doctor Waite (He tastes the poison now), And Ruth and Judd and a head of blood With horns upon its brow.
Up sashays Nan with her feathery fan From Floradora bright; She never hung for Caesar Young But she's dancing with him tonight.
Here's the bulging hip and the foam-flecked lip Of the mad dog, Vincent Coll, And over there that ill-met pair, Becker and Rosenthal, Here's Legs and Dutch and a dozen such Of braggart bullies and brutes, And each one bends 'neath the weight of friends Who are wearing concrete suits.
Now the damned make way for the double-damned Who emerge with shuffling pace From the nightmare zone of persons unknown, With neither name nor face.
And poor Dot King to one doth cling, Joined in a ghastly jig, While Elwell doth jape at a goblin shape And tickle it with his wig.
See Rothstein pass like breath on a glass, The original Black Sox kid; He riffles the pack, riding piggyback On the killer whose name he hid.
And smeared like brine on a slavering swine, Starr Faithful, once so fair, Drawn from the sea to her debauchee, With the salt sand in her hair.
And still they come, and from the bum The icy sweat doth spray; His white lips scream as in a dream, "For God's sake, let's away! If ever I meet with Pinball Pete I will not seek his gore, Lest a treadmill grim I must trudge with him On the hideous thirteenth floor.
" "For you I rejoice," said Maxie's voice, "And I bid you go in peace, But I am late for a dancing date That nevermore will cease.
So remember, friend, as your way you wend, That it would have happened to you, But I turned the heat on Pinball Pete; You see - I had a daughter, too!" The bum reached out and he tried to shout, But the door in his face was slammed, And silent as stone he rode down alone From the floor of the double-damned.


Bishop Blougrams Apology

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 NO more wine? then we'll push back chairs and talk.
A final glass for me, though: cool, i' faith! We ought to have our Abbey back, you see.
It's different, preaching in basilicas, And doing duty in some masterpiece Like this of brother Pugin's, bless his heart! I doubt if they're half baked, those chalk rosettes, Ciphers and stucco-twiddlings everywhere; It's just like breathing in a lime-kiln: eh? These hot long ceremonies of our church Cost us a little--oh, they pay the price, You take me--amply pay it! Now, we'll talk.
So, you despise me, Mr.
Gigadibs.
No deprecation,--nay, I beg you, sir! Beside 't is our engagement: don't you know, I promised, if you'd watch a dinner out, We'd see truth dawn together?--truth that peeps Over the glasses' edge when dinner's done, And body gets its sop and holds its noise And leaves soul free a little.
Now's the time: 'T is break of day! You do despise me then.
And if I say, "despise me,"--never fear! I know you do not in a certain sense-- Not in my arm-chair, for example: here, I well imagine you respect my place ( Status, entourage , worldly circumstance) Quite to its value--very much indeed: --Are up to the protesting eyes of you In pride at being seated here for once-- You'll turn it to such capital account! When somebody, through years and years to come, Hints of the bishop,--names me--that's enough: "Blougram? I knew him"--(into it you slide) "Dined with him once, a Corpus Christi Day, "All alone, we two; he's a clever man: "And after dinner,--why, the wine you know,-- "Oh, there was wine, and good!--what with the wine .
.
"'Faith, we began upon all sorts of talk! "He's no bad fellow, Blougram; he had seen "Something of mine he relished, some review: "He's quite above their humbug in his heart, "Half-said as much, indeed--the thing's his trade.
"I warrant, Blougram's sceptical at times: "How otherwise? I liked him, I confess!" Che che , my dear sir, as we say at Rome, Don't you protest now! It's fair give and take; You have had your turn and spoken your home-truths: The hand's mine now, and here you follow suit.
Thus much conceded, still the first fact stays-- You do despise me; your ideal of life Is not the bishop's: you would not be I.
You would like better to be Goethe, now, Or Buonaparte, or, bless me, lower still, Count D'Orsay,--so you did what you preferred, Spoke as you thought, and, as you cannot help, Believed or disbelieved, no matter what, So long as on that point, whate'er it was, You loosed your mind, were whole and sole yourself.
--That, my ideal never can include, Upon that element of truth and worth Never be based! for say they make me Pope-- (They can't--suppose it for our argument!) Why, there I'm at my tether's end, I've reached My height, and not a height which pleases you: An unbelieving Pope won't do, you say.
It's like those eerie stories nurses tell, Of how some actor on a stage played Death, With pasteboard crown, sham orb and tinselled dart, And called himself the monarch of the world; Then, going in the tire-room afterward, Because the play was done, to shift himself, Got touched upon the sleeve familiarly, The moment he had shut the closet door, By Death himself.
Thus God might touch a Pope At unawares, ask what his baubles mean, And whose part he presumed to play just now? Best be yourself, imperial, plain and true! So, drawing comfortable breath again, You weigh and find, whatever more or less I boast of my ideal realized, Is nothing in the balance when opposed To your ideal, your grand simple life, Of which you will not realize one jot.
I am much, you are nothing; you would be all, I would be merely much: you beat me there.
No, friend, you do not beat me: hearken why! The common problem, yours, mine, every one's, Is--not to fancy what were fair in life Provided it could be,--but, finding first What may be, then find how to make it fair Up to our means: a very different thing! No abstract intellectual plan of life Quite irrespective of life's plainest laws, But one, a man, who is man and nothing more, May lead within a world which (by your leave) Is Rome or London, not Fool's-paradise.
Embellish Rome, idealize away, Make paradise of London if you can, You're welcome, nay, you're wise.
A simile! We mortals cross the ocean of this world Each in his average cabin of a life; The best's not big, the worst yields elbow-room.
Now for our six months' voyage--how prepare? You come on shipboard with a landsman's list Of things he calls convenient: so they are! An India screen is pretty furniture, A piano-forte is a fine resource, All Balzac's novels occupy one shelf, The new edition fifty volumes long; And little Greek books, with the funny type They get up well at Leipsic, fill the next: Go on! slabbed marble, what a bath it makes! And Parma's pride, the Jerome, let us add! 'T were pleasant could Correggio's fleeting glow Hang full in face of one where'er one roams, Since he more than the others brings with him Italy's self,--the marvellous Modenese!-- Yet was not on your list before, perhaps.
--Alas, friend, here's the agent .
.
.
is't the name? The captain, or whoever's master here-- You see him screw his face up; what's his cry Ere you set foot on shipboard? "Six feet square!" If you won't understand what six feet mean, Compute and purchase stores accordingly-- And if, in pique because he overhauls Your Jerome, piano, bath, you come on board Bare--why, you cut a figure at the first While sympathetic landsmen see you off; Not afterward, when long ere half seas over, You peep up from your utterly naked boards Into some snug and well-appointed berth, Like mine for instance (try the cooler jug-- Put back the other, but don't jog the ice!) And mortified you mutter "Well and good; "He sits enjoying his sea-furniture; "'T is stout and proper, and there's store of it: "Though I've the better notion, all agree, "Of fitting rooms up.
Hang the carpenter, "Neat ship-shape fixings and contrivances-- "I would have brought my Jerome, frame and all!" And meantime you bring nothing: never mind-- You've proved your artist-nature: what you don't You might bring, so despise me, as I say.
Now come, let's backward to the starting-place.
See my way: we're two college friends, suppose.
Prepare together for our voyage, then; Each note and check the other in his work,-- Here's mine, a bishop's outfit; criticize! What's wrong? why won't you be a bishop too? Why first, you don't believe, you don't and can't, (Not statedly, that is, and fixedly And absolutely and exclusively) In any revelation called divine.
No dogmas nail your faith; and what remains But say so, like the honest man you are? First, therefore, overhaul theology! Nay, I too, not a fool, you please to think, Must find believing every whit as hard: And if I do not frankly say as much, The ugly consequence is clear enough.
Now wait, my friend: well, I do not believe-- If you'll accept no faith that is not fixed, Absolute and exclusive, as you say.
You're wrong--I mean to prove it in due time.
Meanwhile, I know where difficulties lie I could not, cannot solve, nor ever shall, So give up hope accordingly to solve-- (To you, and over the wine).
Our dogmas then With both of us, though in unlike degree, Missing full credence--overboard with them! I mean to meet you on your own premise: Good, there go mine in company with yours! And now what are we? unbelievers both, Calm and complete, determinately fixed To-day, to-morrow and for ever, pray? You'll guarantee me that? Not so, I think! In no wise! all we've gained is, that belief, As unbelief before, shakes us by fits, Confounds us like its predecessor.
Where's The gain? how can we guard our unbelief, Make it bear fruit to us?--the problem here.
Just when we are safest, there's a sunset-touch, A fancy from a flower-bell, some one's death, A chorus-ending from Euripides,-- And that's enough for fifty hopes and fears As old and new at once as nature's self, To rap and knock and enter in our soul, Take hands and dance there, a fantastic ring, Round the ancient idol, on his base again,-- The grand Perhaps! We look on helplessly.
There the old misgivings, crooked questions are-- This good God,--what he could do, if he would, Would, if he could--then must have done long since: If so, when, where and how? some way must be,-- Once feel about, and soon or late you hit Some sense, in which it might be, after all.
Why not, "The Way, the Truth, the Life?" --That way Over the mountain, which who stands upon Is apt to doubt if it be meant for a road; While, if he views it from the waste itself, Up goes the line there, plain from base to brow, Not vague, mistakeable! what's a break or two Seen from the unbroken desert either side? And then (to bring in fresh philosophy) What if the breaks themselves should prove at last The most consummate of contrivances To train a man's eye, teach him what is faith? And so we stumble at truth's very test! All we have gained then by our unbelief Is a life of doubt diversified by faith, For one of faith diversified by doubt: We called the chess-board white,--we call it black.
"Well," you rejoin, "the end's no worse, at least; "We've reason for both colours on the board: "Why not confess then, where I drop the faith "And you the doubt, that I'm as right as you?" Because, friend, in the next place, this being so, And both things even,--faith and unbelief Left to a man's choice,--we'll proceed a step, Returning to our image, which I like.
A man's choice, yes--but a cabin-passenger's-- The man made for the special life o' the world-- Do you forget him? I remember though! Consult our ship's conditions and you find One and but one choice suitable to all; The choice, that you unluckily prefer, Turning things topsy-turvy--they or it Going to the ground.
Belief or unbelief Bears upon life, determines its whole course, Begins at its beginning.
See the world Such as it is,--you made it not, nor I; I mean to take it as it is,--and you, Not so you'll take it,--though you get nought else.
I know the special kind of life I like, What suits the most my idiosyncrasy, Brings out the best of me and bears me fruit In power, peace, pleasantness and length of days.
I find that positive belief does this For me, and unbelief, no whit of this.
--For you, it does, however?--that, we'll try! 'T is clear, I cannot lead my life, at least, Induce the world to let me peaceably, Without declaring at the outset, "Friends, "I absolutely and peremptorily "Believe!"--I say, faith is my waking life: One sleeps, indeed, and dreams at intervals, We know, but waking's the main point with us And my provision's for life's waking part.
Accordingly, I use heart, head and hand All day, I build, scheme, study, and make friends; And when night overtakes me, down I lie, Sleep, dream a little, and get done with it, The sooner the better, to begin afresh.
What's midnight doubt before the dayspring's faith? You, the philosopher, that disbelieve, That recognize the night, give dreams their weight-- To be consistent you should keep your bed, Abstain from healthy acts that prove you man, For fear you drowse perhaps at unawares! And certainly at night you'll sleep and dream, Live through the day and bustle as you please.
And so you live to sleep as I to wake, To unbelieve as I to still believe? Well, and the common sense o' the world calls you Bed-ridden,--and its good things come to me.
Its estimation, which is half the fight, That's the first-cabin comfort I secure: The next .
.
.
but you perceive with half an eye! Come, come, it's best believing, if we may; You can't but own that! Next, concede again, If once we choose belief, on all accounts We can't be too decisive in our faith, Conclusive and exclusive in its terms, To suit the world which gives us the good things.
In every man's career are certain points Whereon he dares not be indifferent; The world detects him clearly, if he dare, As baffled at the game, and losing life.
He may care little or he may care much For riches, honour, pleasure, work, repose, Since various theories of life and life's Success are extant which might easily Comport with either estimate of these; And whoso chooses wealth or poverty, Labour or quiet, is not judged a fool Because his fellow would choose otherwise: We let him choose upon his own account So long as he's consistent with his choice.
But certain points, left wholly to himself, When once a man has arbitrated on, We say he must succeed there or go hang.
Thus, he should wed the woman he loves most Or needs most, whatsoe'er the love or need-- For he can't wed twice.
Then, he must avouch, Or follow, at the least, sufficiently, The form of faith his conscience holds the best, Whate'er the process of conviction was: For nothing can compensate his mistake On such a point, the man himself being judge: He cannot wed twice, nor twice lose his soul.
Well now, there's one great form of Christian faith I happened to be born in--which to teach Was given me as I grew up, on all hands, As best and readiest means of living by; The same on examination being proved The most pronounced moreover, fixed, precise And absolute form of faith in the whole world-- Accordingly, most potent of all forms For working on the world.
Observe, my friend! Such as you know me, I am free to say, In these hard latter days which hamper one, Myself--by no immoderate exercise Of intellect and learning, but the tact To let external forces work for me, --Bid the street's stones be bread and they are bread; Bid Peter's creed, or rather, Hildebrand's, Exalt me o'er my fellows in the world And make my life an ease and joy and pride; It does so,--which for me's a great point gained, Who have a soul and body that exact A comfortable care in many ways.
There's power in me and will to dominate Which I must exercise, they hurt me else: In many ways I need mankind's respect, Obedience, and the love that's born of fear: While at the same time, there's a taste I have, A toy of soul, a titillating thing, Refuses to digest these dainties crude.
The naked life is gross till clothed upon: I must take what men offer, with a grace As though I would not, could I help it, take! An uniform I wear though over-rich-- Something imposed on me, no choice of mine; No fancy-dress worn for pure fancy's sake And despicable therefore! now folk kneel And kiss my hand--of course the Church's hand.
Thus I am made, thus life is best for me, And thus that it should be I have procured; And thus it could not be another way, I venture to imagine.
You'll reply, So far my choice, no doubt, is a success; But were I made of better elements, With nobler instincts, purer tastes, like you, I hardly would account the thing success Though it did all for me I say.
But, friend, We speak of what is; not of what might be, And how't were better if't were otherwise.
I am the man you see here plain enough: Grant I'm a beast, why, beasts must lead beasts' lives! Suppose I own at once to tail and claws; The tailless man exceeds me: but being tailed I'll lash out lion fashion, and leave apes To dock their stump and dress their haunches up.
My business is not to remake myself, But make the absolute best of what God made.
Or--our first simile--though you prove me doomed To a viler berth still, to the steerage-hole, The sheep-pen or the pig-stye, I should strive To make what use of each were possible; And as this cabin gets upholstery, That hutch should rustle with sufficient straw.
But, friend, I don't acknowledge quite so fast I fail of all your manhood's lofty tastes Enumerated so complacently, On the mere ground that you forsooth can find In this particular life I choose to lead No fit provision for them.
Can you not? Say you, my fault is I address myself To grosser estimators than should judge? And that's no way of holding up the soul, Which, nobler, needs men's praise perhaps, yet knows One wise man's verdict outweighs all the fools'-- Would like the two, but, forced to choose, takes that.
I pine among my million imbeciles (You think) aware some dozen men of sense Eye me and know me, whether I believe In the last winking Virgin, as I vow, And am a fool, or disbelieve in her And am a knave,--approve in neither case, Withhold their voices though I look their way: Like Verdi when, at his worst opera's end (The thing they gave at Florence,--what's its name?) While the mad houseful's plaudits near out-bang His orchestra of salt-box, tongs and bones, He looks through all the roaring and the wreaths Where sits Rossini patient in his stall.
Nay, friend, I meet you with an answer here-- That even your prime men who appraise their kind Are men still, catch a wheel within a wheel, See more in a truth than the truth's simple self, Confuse themselves.
You see lads walk the street Sixty the minute; what's to note in that? You see one lad o'erstride a chimney-stack; Him you must watch--he's sure to fall, yet stands! Our interest's on the dangerous edge of things.
The honest thief, the tender murderer, The superstitious atheist, demirep That loves and saves her soul in new French books-- We watch while these in equilibrium keep The giddy line midway: one step aside, They're classed and done with.
I, then, keep the line Before your sages,--just the men to shrink From the gross weights, coarse scales and labels broad You offer their refinement.
Fool or knave? Why needs a bishop be a fool or knave When there's a thousand diamond weights between? So, I enlist them.
Your picked twelve, you'll find, Profess themselves indignant, scandalized At thus being held unable to explain How a superior man who disbelieves May not believe as well: that's Schelling's way! It's through my coming in the tail of time, Nicking the minute with a happy tact.
Had I been born three hundred years ago They'd say, "What's strange? Blougram of course believes;" And, seventy years since, "disbelieves of course.
" But now, "He may believe; and yet, and yet "How can he?" All eyes turn with interest.
Whereas, step off the line on either side-- You, for example, clever to a fault, The rough and ready man who write apace, Read somewhat seldomer, think perhaps even less-- You disbelieve! Who wonders and who cares? Lord So-and-so--his coat bedropped with wax, All Peter's chains about his waist, his back Brave with the needlework of Noodledom-- Believes! Again, who wonders and who cares? But I, the man of sense and learning too, The able to think yet act, the this, the that, I, to believe at this late time of day! Enough; you see, I need not fear contempt.
--Except it's yours! Admire me as these may, You don't.
But whom at least do you admire? Present your own perfection, your ideal, Your pattern man for a minute--oh, make haste Is it Napoleon you would have us grow? Concede the means; allow his head and hand, (A large concession, clever as you are) Good! In our common primal element Of unbelief (we can't believe, you know-- We're still at that admission, recollect!) Where do you find--apart from, towering o'er The secondary temporary aims Which satisfy the gross taste you despise-- Where do you find his star?--his crazy trust God knows through what or in what? it's alive And shines and leads him, and that's all we want.
Have we aught in our sober night shall point Such ends as his were, and direct the means Of working out our purpose straight as his, Nor bring a moment's trouble on success With after-care to justify the same? --Be a Napoleon, and yet disbelieve-- Why, the man's mad, friend, take his light away! What's the vague good o' the world, for which you dare With comfort to yourself blow millions up? We neither of us see it! we do see The blown-up millions--spatter of their brains And writhing of their bowels and so forth, In that bewildering entanglement Of horrible eventualities Past calculation to the end of time! Can I mistake for some clear word of God (Which were my ample warrant for it all) His puff of hazy instinct, idle talk, "The State, that's I," quack-nonsense about crowns, And (when one beats the man to his last hold) A vague idea of setting things to rights, Policing people efficaciously, More to their profit, most of all to his own; The whole to end that dismallest of ends By an Austrian marriage, cant to us the Church, And resurrection of the old r?gime ? Would I, who hope to live a dozen years, Fight Austerlitz for reasons such and such? No: for, concede me but the merest chance Doubt may be wrong--there's judgment, life to come! With just that chance, I dare not.
Doubt proves right? This present life is all?--you offer me Its dozen noisy years, without a chance That wedding an archduchess, wearing lace, And getting called by divers new-coined names, Will drive off ugly thoughts and let me dine, Sleep, read and chat in quiet as I like! Therefore I will not.
Take another case; Fit up the cabin yet another way.
What say you to the poets? shall we write Hamlet, Othello--make the world our own, Without a risk to run of either sort? I can't--to put the strongest reason first.
"But try," you urge, "the trying shall suffice; "The aim, if reached or not, makes great the life: "Try to be Shakespeare, leave the rest to fate!" Spare my self-knowledge--there's no fooling me! If I prefer remaining my poor self, I say so not in self-dispraise but praise.
If I'm a Shakespeare, let the well alone; Why should I try to be what now I am? If I'm no Shakespeare, as too probable,-- His power and consciousness and self-delight And all we want in common, shall I find-- Trying for ever? while on points of taste Wherewith, to speak it humbly, he and I Are dowered alike--I'll ask you, I or he, Which in our two lives realizes most? Much, he imagined--somewhat, I possess.
He had the imagination; stick to that! Let him say, "In the face of my soul's works "Your world is worthless and I touch it not "Lest I should wrong them"--I'll withdraw my plea.
But does he say so? look upon his life! Himself, who only can, gives judgment there.
He leaves his towers and gorgeous palaces To build the trimmest house in Stratford town; Saves money, spends it, owns the worth of things, Giulio Romano's pictures, Dowland's lute; Enjoys a show, respects the puppets, too, And none more, had he seen its entry once, Than "Pandulph, of fair Milan cardinal.
" Why then should I who play that personage, The very Pandulph Shakespeare's fancy made, Be told that had the poet chanced to start From where I stand now (some degree like mine Being just the goal he ran his race to reach) He would have run the whole race back, forsooth, And left being Pandulph, to begin write plays? Ah, the earth's best can be but the earth's best! Did Shakespeare live, he could but sit at home And get himself in dreams the Vatican, Greek busts, Venetian paintings, Roman walls, And English books, none equal to his own, Which I read, bound in gold (he never did).
--Terni's fall, Naples' bay and Gothard's top-- Eh, friend? I could not fancy one of these; But, as I pour this claret, there they are: I've gained them--crossed St.
Gothard last July With ten mules to the carriage and a bed Slung inside; is my hap the worse for that? We want the same things, Shakespeare and myself, And what I want, I have: he, gifted more, Could fancy he too had them when he liked, But not so thoroughly that, if fate allowed, He would not have them also in my sense.
We play one game; I send the ball aloft No less adroitly that of fifty strokes Scarce five go o'er the wall so wide and high Which sends them back to me: I wish and get He struck balls higher and with better skill, But at a poor fence level with his head, And hit--his Stratford house, a coat of arms, Successful dealings in his grain and wool,-- While I receive heaven's incense in my nose And style myself the cousin of Queen Bess.
Ask him, if this life's all, who wins the game? Believe--and our whole argument breaks up.
Enthusiasm's the best thing, I repeat; Only, we can't command it; fire and life Are all, dead matter's nothing, we agree: And be it a mad dream or God's very breath, The fact's the same,--belief's fire, once in us, Makes of all else mere stuff to show itself: We penetrate our life with such a glow As fire lends wood and iron--this turns steel, That burns to ash--all's one, fire proves its power For good or ill, since men call flare success.
But paint a fire, it will not therefore burn.
Light one in me, I'll find it food enough! Why, to be Luther--that's a life to lead, Incomparably better than my own.
He comes, reclaims God's earth for God, he says, Sets up God's rule again by simple means, Re-opens a shut book, and all is done.
He flared out in the flaring of mankind; Such Luther's luck was: how shall such be mine? If he succeeded, nothing's left to do: And if he did not altogether--well, Strauss is the next advance.
All Strauss should be I might be also.
But to what result? He looks upon no future: Luther did.
What can I gain on the denying side? Ice makes no conflagration.
State the facts, Read the text right, emancipate the world-- The emancipated world enjoys itself With scarce a thank-you: Blougram told it first It could not owe a farthing,--not to him More than Saint Paul! 't would press its pay, you think? Then add there's still that plaguy hundredth chance Strauss may be wrong.
And so a risk is run-- For what gain? not for Luther's, who secured A real heaven in his heart throughout his life, Supposing death a little altered things.
"Ay, but since really you lack faith," you cry, "You run the same risk really on all sides, "In cool indifference as bold unbelief.
"As well be Strauss as swing 'twixt Paul and him.
"It's not worth having, such imperfect faith, "No more available to do faith's work "Than unbelief like mine.
Whole faith, or none!" Softly, my friend! I must dispute that point Once own the use of faith, I'll find you faith.
We're back on Christian ground.
You call for faith: I show you doubt, to prove that faith exists.
The more of doubt, the stronger faith, I say, If faith o'ercomes doubt.
How I know it does? By life and man's free will, God gave for that! To mould life as we choose it, shows our choice: That's our one act, the previous work's his own.
You criticize the soul? it reared this tree-- This broad life and whatever fruit it bears! What matter though I doubt at every pore, Head-doubts, heart-doubts, doubts at my fingers' ends, Doubts in the trivial work of every day, Doubts at the very bases of my soul In the grand moments when she probes herself-- If finally I have a life to show, The thing I did, brought out in evidence Against the thing done to me underground By hell and all its brood, for aught I know? I say, whence sprang this? shows it faith or doubt? All's doubt in me; where's break of faith in this? It is the idea, the feeling and the love, God means mankind should strive for and show forth Whatever be the process to that end,-- And not historic knowledge, logic sound, And metaphysical acumen, sure! "What think ye of Christ," friend? when all's done and said, Like you this Christianity or not? It may be false, but will you wish it true? Has it your vote to be so if it can? Trust you an instinct silenced long ago That will break silence and enjoin you love What mortified philosophy is hoarse, And all in vain, with bidding you despise? If you desire faith--then you've faith enough: What else seeks God--nay, what else seek ourselves? You form a notion of me, we'll suppose, On hearsay; it's a favourable one: "But still" (you add), "there was no such good man, "Because of contradiction in the facts.
"One proves, for instance, he was born in Rome, "This Blougram; yet throughout the tales of him "I see he figures as an Englishman.
" Well, the two things are reconcileable.
But would I rather you discovered that, Subjoining--"Still, what matter though they be? "Blougram concerns me nought, born here or there.
" Pure faith indeed--you know not what you ask! Naked belief in God the Omnipotent, Omniscient, Omnipresent, sears too much The sense of conscious creatures to be borne.
It were the seeing him, no flesh shall dare Some think, Creation's meant to show him forth: I say it's meant to hide him all it can, And that's what all the blessed evil's for.
Its use in Time is to environ us, Our breath, our drop of dew, with shield enough Against that sight till we can bear its stress.
Under a vertical sun, the exposed brain And lidless eye and disemprisoned heart Less certainly would wither up at once Than mind, confronted with the truth of him.
But time and earth case-harden us to live; The feeblest sense is trusted most; the child Feels God a moment, ichors o'er the place, Plays on and grows to be a man like us.
With me, faith means perpetual unbelief Kept quiet like the snake 'neath Michael's foot Who stands calm just because he feels it writhe.
Or, if that's too ambitious,--here's my box-- I need the excitation of a pinch Threatening the torpor of the inside-nose Nigh on the imminent sneeze that never comes.
"Leave it in peace" advise the simple folk: Make it aware of peace by itching-fits, Say I--let doubt occasion still more faith! You'll say, once all believed, man, woman, child, In that dear middle-age these noodles praise.
How you'd exult if I could put you back Six hundred years, blot out cosmogony, Geology, ethnology, what not (Greek endings, each the little passing-bell That signifies some faith's about to die), And set you square with Genesis again,-- When such a traveller told you his last news, He saw the ark a-top of Ararat But did not climb there since 't was getting dusk And robber-bands infest the mountain's foot! How should you feel, I ask, in such an age, How act? As other people felt and did; With soul more blank than this decanter's knob, Believe--and yet lie, kill, rob, fornicate Full in belief's face, like the beast you'd be! No, when the fight begins within himself, A man's worth something.
God stoops o'er his head, Satan looks up between his feet--both tug-- He's left, himself, i' the middle: the soul wakes And grows.
Prolong that battle through his life! Never leave growing till the life to come! Here, we've got callous to the Virgin's winks That used to puzzle people wholesomely: Men have outgrown the shame of being fools.
What are the laws of nature, not to bend If the Church bid them?--brother Newman asks.
Up with the Immaculate Conception, then-- On to the rack with faith!--is my advice.
Will not that hurry us upon our knees, Knocking our breasts, "It can't be--yet it shall! "Who am I, the worm, to argue with my Pope? "Low things confound the high things!" and so forth.
That's better than acquitting God with grace As some folk do.
He's tried--no case is proved, Philosophy is lenient--he may go! You'll say, the old system's not so obsolete But men believe still: ay, but who and where? King Bomba's lazzaroni foster yet The sacred flame, so Antonelli writes; But even of these, what ragamuffin-saint Believes God watches him continually, As he believes in fire that it will burn, Or rain that it will drench him? Break fire's law, Sin against rain, although the penalty Be just a singe or soaking? "No," he smiles; "Those laws are laws that can enforce themselves.
" The sum of all is--yes, my doubt is great, My faith's still greater, then my faith's enough.
I have read much, thought much, experienced much, Yet would die rather than avow my fear The Naples' liquefaction may be false, When set to happen by the palace-clock According to the clouds or dinner-time.
I hear you recommend, I might at least Eliminate, decrassify my faith Since I adopt it; keeping what I must And leaving what I can--such points as this.
I won't--that is, I can't throw one away.
Supposing there's no truth in what I hold About the need of trial to man's faith, Still, when you bid me purify the same, To such a process I discern no end.
Clearing off one excrescence to see two, There's ever a next in size, now grown as big, That meets the knife: I cut and cut again! First cut the Liquefaction, what comes last But Fichte's clever cut at God himself? Experimentalize on sacred things! I trust nor hand nor eye nor heart nor brain To stop betimes: they all get drunk alike.
The first step, I am master not to take.
You'd find the cutting-process to your taste As much as leaving growths of lies unpruned, Nor see more danger in it,--you retort.
Your taste's worth mine; but my taste proves more wise When we consider that the steadfast hold On the extreme end of the chain of faith Gives all the advantage, makes the difference With the rough purblind mass we seek to rule: We are their lords, or they are free of us, Just as we tighten or relax our hold.
So, others matters equal, we'll revert To the first problem--which, if solved my way And thrown into the balance, turns the scale-- How we may lead a comfortable life, How suit our luggage to the cabin's size.
Of course you are remarking all this time How narrowly and grossly I view life, Respect the creature-comforts, care to rule The masses, and regard complacently "The cabin," in our old phrase.
Well, I do.
I act for, talk for, live for this world now, As this world prizes action, life and talk: No prejudice to what next world may prove, Whose new laws and requirements, my best pledge To observe then, is that I observe these now, Shall do hereafter what I do meanwhile.
Let us concede (gratuitously though) Next life relieves the soul of body, yields Pure spiritual enjoyment: well, my friend, Why lose this life i' the meantime, since its use May be to make the next life more intense? Do you know, I have often had a dream (Work it up in your next month's article) Of man's poor spirit in its progress, still Losing true life for ever and a day Through ever trying to be and ever being-- In the evolution of successive spheres-- Before its actual sphere and place of life, Halfway into the next, which having reached, It shoots with corresponding foolery Halfway into the next still, on and off! As when a traveller, bound from North to South, Scouts fur in Russia: what's its use in France? In France spurns flannel: where's its need in Spain? In Spain drops cloth, too cumbrous for Algiers! Linen goes next, and last the skin itself, A superfluity at Timbuctoo.
When, through his journey, was the fool at ease? I'm at ease now, friend; worldly in this world, I take and like its way of life; I think My brothers, who administer the means, Live better for my comfort--that's good too; And God, if he pronounce upon such life, Approves my service, which is better still.
If he keep silence,--why, for you or me Or that brute beast pulled-up in to-day's "Times," What odds is't, save to ourselves, what life we lead? You meet me at this issue: you declare,-- All special-pleading done with--truth is truth, And justifies itself by undreamed ways.
You don't fear but it's better, if we doubt, To say so, act up to our truth perceived However feebly.
Do then,--act away! 'T is there I'm on the watch for you.
How one acts Is, both of us agree, our chief concern: And how you'll act is what I fain would see If, like the candid person you appear, You dare to make the most of your life's scheme As I of mine, live up to its full law Since there's no higher law that counterchecks.
Put natural religion to the test You've just demolished the revealed with--quick, Down to the root of all that checks your will, All prohibition to lie, kill and thieve, Or even to be an atheistic priest! Suppose a pricking to incontinence-- Philosophers deduce you chastity Or shame, from just the fact that at the first Whoso embraced a woman in the field, Threw club down and forewent his brains beside, So, stood a ready victim in the reach Of any brother savage, club in hand; Hence saw the use of going out of sight In wood or cave to prosecute his loves: I read this in a French book t' other day.
Does law so analysed coerce you much? Oh, men spin clouds of fuzz where matters end, But you who reach where the first thread begins, You'll soon cut that!--which means you can, but won't, Through certain instincts, blind, unreasoned-out, You dare not set aside, you can't tell why, But there they are, and so you let them rule.
Then, friend, you seem as much a slave as I, A liar, conscious coward and hypocrite, Without the good the slave expects to get, In case he has a master after all! You own your instincts? why, what else do I, Who want, am made for, and must have a God Ere I can be aught, do aught?--no mere name Want, but the true thing with what proves its truth, To wit, a relation from that thing to me, Touching from head to foot--which touch I feel, And with it take the rest, this life of ours! I live my life here; yours you dare not live.
--Not as I state it, who (you please subjoin) Disfigure such a life and call it names, While, to your mind, remains another way For simple men: knowledge and power have rights, But ignorance and weakness have rights too.
There needs no crucial effort to find truth If here or there or anywhere about: We ought to turn each side, try hard and see, And if we can't, be glad we've earned at least The right, by one laborious proof the more, To graze in peace earth's pleasant pasturage.
Men are not angels, neither are they brutes: Something we may see, all we cannot see.
What need of lying? I say, I see all, And swear to each detail the most minute In what I think a Pan's face--you, mere cloud: I swear I hear him speak and see him wink, For fear, if once I drop the emphasis, Mankind may doubt there's any cloud at all.
You take the simple life--ready to see, Willing to see (for no cloud's worth a face)-- And leaving quiet what no strength can move, And which, who bids you move? who has the right? I bid you; but you are God's sheep, not mine: " Pastor est tui Dominus .
" You find In this the pleasant pasture of our life Much you may eat without the least offence, Much you don't eat because your maw objects, Much you would eat but that your fellow-flock Open great eyes at you and even butt, And thereupon you like your mates so well You cannot please yourself, offending them; Though when they seem exorbitantly sheep, You weigh your pleasure with their butts and bleats And strike the balance.
Sometimes certain fears Restrain you, real checks since you find them so; Sometimes you please yourself and nothing checks: And thus you graze through life with not one lie, And like it best.
But do you, in truth's name? If so, you beat--which means you are not I-- Who needs must make earth mine and feed my fill Not simply unbutted at, unbickered with, But motioned to the velvet of the sward By those obsequious wethers' very selves.
Look at me, sir; my age is double yours: At yours, I knew beforehand, so enjoyed, What now I should be--as, permit the word, I pretty well imagine your whole range And stretch of tether twenty years to come.
We both have minds and bodies much alike: In truth's name, don't you want my bishopric, My daily bread, my influence and my state? You're young.
I'm old; you must be old one day; Will you find then, as I do hour by hour, Women their lovers kneel to, who cut curls From your fat lap-dog's ear to grace a brooch-- Dukes, who petition just to kiss your ring-- With much beside you know or may conceive? Suppose we die to-night: well, here am I, Such were my gains, life bore this fruit to me, While writing all the same my articles On music, poetry, the fictile vase Found at Albano, chess, Anacreon's Greek.
But you--the highest honour in your life, The thing you'll crown yourself with, all your days, Is--dining here and drinking this last glass I pour you out in sign of amity Before we part for ever.
Of your power And social influence, worldly worth in short, Judge what's my estimation by the fact, I do not condescend to enjoin, beseech, Hint secrecy on one of all these words! You're shrewd and know that should you publish one The world would brand the lie--my enemies first, Who'd sneer--"the bishop's an arch-hypocrite "And knave perhaps, but not so frank a fool.
" Whereas I should not dare for both my ears Breathe one such syllable, smile one such smile, Before the chaplain who reflects myself-- My shade's so much more potent than your flesh.
What's your reward, self-abnegating friend? Stood you confessed of those exceptional And privileged great natures that dwarf mine-- A zealot with a mad ideal in reach, A poet just about to print his ode, A statesman with a scheme to stop this war, An artist whose religion is his art-- I should have nothing to object: such men Carry the fire, all things grow warm to them, Their drugget's worth my purple, they beat me.
But you,--you're just as little those as I-- You, Gigadibs, who, thirty years of age, Write statedly for Blackwood's Magazine, Believe you see two points in Hamlet's soul Unseized by the Germans yet--which view you'll print-- Meantime the best you have to show being still That lively lightsome article we took Almost for the true Dickens,--what's its name? "The Slum and Cellar, or Whitechapel life "Limned after dark!" it made me laugh, I know, And pleased a month, and brought you in ten pounds.
--Success I recognize and compliment, And therefore give you, if you choose, three words (The card and pencil-scratch is quite enough) Which whether here, in Dublin or New York, Will get you, prompt as at my eyebrow's wink, Such terms as never you aspired to get In all our own reviews and some not ours.
Go write your lively sketches! be the first "Blougram, or The Eccentric Confidence"-- Or better simply say, "The Outward-bound.
" Why, men as soon would throw it in my teeth As copy and quote the infamy chalked broad About me on the church-door opposite.
You will not wait for that experience though, I fancy, howsoever you decide, To discontinue--not detesting, not Defaming, but at least--despising me! Over his wine so smiled and talked his hour Sylvester Blougram, styled in partibus Episcopus, nec non --(the deuce knows what It's changed to by our novel hierarchy) With Gigadibs the literary man, Who played with spoons, explored his plate's design, And ranged the olive-stones about its edge, While the great bishop rolled him out a mind Long crumpled, till creased consciousness lay smooth.
For Blougram, he believed, say, half he spoke.
The other portion, as he shaped it thus For argumentatory purposes, He felt his foe was foolish to dispute.
Some arbitrary accidental thoughts That crossed his mind, amusing because new, He chose to represent as fixtures there, Invariable convictions (such they seemed Beside his interlocutor's loose cards Flung daily down, and not the same way twice) While certain hell deep instincts, man's weak tongue Is never bold to utter in their truth Because styled hell-deep ('t is an old mistake To place hell at the bottom of the earth) He ignored these,--not having in readiness Their nomenclature and philosophy: He said true things, but called them by wrong names.
"On the whole," he thought, "I justify myself "On every point where cavillers like this "Oppugn my life: he tries one kind of fence, "I close, he's worsted, that's enough for him.
"He's on the ground: if ground should break away "I take my stand on, there's a firmer yet "Beneath it, both of us may sink and reach.
"His ground was over mine and broke the first: "So, let him sit with me this many a year!" He did not sit five minutes.
Just a week Sufficed his sudden healthy vehemence.
Something had struck him in the "Outward-bound" Another way than Blougram's purpose was: And having bought, not cabin-furniture But settler's-implements (enough for three) And started for Australia--there, I hope, By this time he has tested his first plough, And studied his last chapter of St.
John.


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